Sheela na gig: quel particolare potere della donna

Sheela na gig

La mai vagina è una conchiglia, una tenera conchiglia rosa rotonda, che si  apre e si  chiude.

la mia vagina è un fiore, un tulipano  eccentrico, dal  centro  acuto e profondo, il profumo  tenue, i petali delicati  ma robusti..

Tratto da I monologhi  della vagina di Eve Ensler

Sheela na gig, una divinità pagana?   

Letteralmente la traduzione in italiano dall’irlandese (?) di  Sheela na gig è Il concerto  di  Sheela dove, secondo  i più dotti  studiosi di  storia antica, Sheela è ovviamente un nome al  femminile, mentre per concerto s’intende proprio la vagina.

Sheela na gig (o anche Sheela na gigs al plurale) è anche il nome collettivo dato  a una serie di  bassorilievi che si  trovano sui portali  di  alcune chiese (ma anche di  semplici abitazioni) presenti non solo in Irlanda e Inghilterra ma anche in gran  parte dell’Europa continentale (tranne che in Italia) risalenti all’XI secolo.

Sheela na gig
Sheela na gig – Chiesa di St. Mary and St. David a Kilpeck (Herefordshire, Inghilterra)

Da come si può vedere dall’immagine la vagina è rappresentata in maniera molto  grottesca,  tale da suscitare nel  clero  vittoriano una battaglia per distruggerle perché ritenute fin troppo  pruriginose per la morale di  allora.

Eppure, secondo alcuni  studiosi, proprio  questo  tipo  di  rappresentazione dei genitali  femminili posti nelle entrate delle chiese nel  medioevo doveva servire a tenere i fedeli lontano  dai  peccati  della lussuria.

Altri  affermano  che, come nel  caso  dei gargoyle delle cattedrali gotiche, esse avevano lo scopo di  allontanare dalle chiese e dalle case i  demoni e il diavolo, cosa d’altronde in uso  anche nell’antica Grecia.

Tra le ipotesi riguardanti il nome Sheela vi è quella che sia il nome di una divinità pagana e che la rappresentazione di una vagina di  tale dimensioni  è, alla fine, un augurio  di  fertilità.

Il potere apotropaico  della vagina

E’ fuori di ogni dubbio  che oggigiorno  la nudità di una vagina venga immediatamente associata alla sessualità, se non addirittura alla pornografia, ed è altrettanto  ovvio che nessuna di noi si  sognerebbe di mostrare la propria intima natura femminile nella sua versione plain air.

In passato, però, l’organo  genitale femminile veniva considerato non solo  come dispensatrice di  felicità (dal punto  di  vista maschile) ma anche come simbolo  apotropaico  contro demoni  e forze della natura e lo stesso  concetto, più o  meno, lo si  ritrova nel  folklore di  diverse culture.

Così si  dice che in Catalogna una volta le donne, mogli  di pescatori, mostrassero la vagina al mare per allontanare le tempeste; mentre in Russia se una donna sfortunatamente incontra un orso, il mostrare la sua nudità metterebbe in fuga il plantigrado (sono convinta che l’orso a tale vista resterebbe alquanto perplesso, per poi  ritornare a fare l’orso).

Sheela na gig
Le diable de Papefiguiére – Illustrazione di Charles Eiser (1762)

Anche Jean de la Fontaine nel  suo racconto Le diable de Papefiguiére narra come il (povero) diavolo venga messo in fuga da una furba contadina che non ci pensa due volte nel  mostrare ciò che di  solito  rimane nascosto.

Letture in anteprima 

<< La prima volta che ho messo in scena I monologhi della vagina ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Perciò quando sono salita sul palco di un piccolo teatro di Manhattan mi sono sentita come se stessi attraversando una barriera invisibile, rompendo un tabù molto profondo. Ma non mi hanno sparato. Alla fine di ogni spettacolo c’erano lunghe code di donne che volevano parlare con me. Sulle prime ho pensato che volessero condividere le loro storie di desiderio e appagamento sessuale. In realtà si mettevano in fila per dirmi come e quando fossero state stuprate o aggredite o picchiate o molestate. Ero sconvolta al vedere che, una volta rotto il tabù, si liberava un fiume in piena di memorie, rabbia e dolore. E poi accadde qualcosa di completamente inaspettato.

Lo spettacolo venne ripreso in tutto il mondo da altre donne che volevano infrangere il silenzio sui propri corpi e sulle proprie vite all’interno della comunità di appartenenza.

 Hanno provato a impedirci perfino di nominare alcune delle parti più preziose del nostro corpo. Ma ecco ciò che ho imparato: se una cosa non viene nominata, non viene vista, non esiste.

Ora più che mai è il momento di raccontare le storie importanti e dire le parole, che siano vagina o il mio patrigno mi ha stuprata.

Quando rompi il silenzio ti accorgi di quante altre persone stessero attendendo il permesso di fare lo stesso>>

Il Saggiatore presenta la nuova edizione dei Monologhi della vagina, con una nuova introduzione, nuovi contributi e testi inediti.

Con humour trasgressivo, la vagina prende la parola per raccontare e raccontarsi attraverso la sua voce, che sa essere seria, divertita, fantasiosa o drammatica.

Un manifesto contro la violenza che non cessa di essere il punto di riferimento fondamentale nella lotta quotidiana di tutte le donne del mondo.

Titoli  di  coda

Nel 1992 è la volta della cantautrice inglese PJ Harvey  a ispirarsi a ispirarsi  a  Sheela na gig per il brano omonimo

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Diana, ovvero l’arte del viaggio in autostop (e non solo)

Diana

Arrivare è attendere il momento di dover dire:

è stato  bello restare, ma adesso  devo  andare via

C.A.

Diana Barbieri si  mette in viaggio 

  Scrivendo  di  donne che hanno  deciso  di  viaggiare da sole, quando il viaggio  non è solamente  da intendere quello fisico ma, soprattutto, risiede in quei  meandri che la psicologia traccia nelle nostre menti, mi chiedo  sempre:  farei la stessa cosa?  

La risposta non è quella definitiva nel  senso  che, aspettandomi di  rimandare al più tardi possibile il momento  di  dover guardare le margherite dalla parte delle radici, non è detto che tale esperienza (quella del viaggio in solitudine) non diventi mia perché, a parte il mio piccolo (grande) periodo  francese, ho  sempre viaggiato (a piedi, zaino in spalla, in treno, pullman o  auto, mai  a dorso  in un dromedario) in compagnia di un(a) partner.

Diana (Barbieri) protagonista  di  quest’articolo ha fatto un qualcosa che decisamente riporta in auge un modo  di  viaggiare che pensavo essere al  tramonto (o, per lo  meno, oggi lo è a causa della pandemia e relativa diffidenza che si è creata verso  il prossimo): l’autostop.

Diana
Per gentile concessione Diana Barbieri © 2021

Appunto l’autostop e cioè quello che ha portato nel 2013  Diana dalla provincia di Mantova fino al Nemrut Dağı in Turchia, attraversando  la Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro, Albania e Grecia, e che per un certo  verso mi ricorda un po’ l’Anabasi  di  Senofonte

Senz’altro i disagi  che Diana  ha dovuto affrontare  erano  di  tutt’altro  genere rispetto  ai  mercenari  greci, ma non per questo  trascurabili, anzi  è lei  stessa che in un decalogo fornisce consigli utili per chi  avesse intenzione di  affrontare un viaggio in autostop:

I consigli di Diana
– Informarsi in anticipo sul viaggio e la meta che avete in mente – Fotografare la targa del veicolo -Non salire in auto in presenza di due uomini e comunque controllare sempre che non vi sia nessuno seduto nel sedile posteriore – Non dire dove si sta andando, ma chiedere dove è diretto il conducente ( o la conducente) – Non fare l’autostop quando si avvicina la sera – Se una strada è scarsamente illuminata bisogna evitarla – Controllare se la strada che stiamo percorrendo presenta notevoli segni di degrado e se la gente che vi abita vi guarda in un certo modo poco amichevole (camminare in uno slum è ben diverso da farlo in Avenue des Champs-Élysèes)

La storia di  questo lungo  viaggio è il tema del  suo libro Viaggio a ogni  costo – Autostop  dall’Italia al Medio  Oriente (anteprima alla fine dell’articolo, mentre per l’acquisto direttamente da Amazon l’indirizzo è questo )

Diana, la ragazza dai  capelli  blu

Diana
Diana Barbieri (per gentile concessione dell’autrice)

Nel 2013, quando il viaggio  ha inizio, Diana aveva ventisei  anni e da dodici era  già una lavoratrice, quindi, paga dopo paga, con sacrificio riesce a mettere da parte quel  tanto per realizzare il suo  sogno.

 Nel 2013 una ragazza che decideva di partire per un viaggio zaino  in spalla e da sola avrebbe dovuto affrontare soprattutto gli immancabili  pregiudizi di  conoscenti, di persone a lei non familiari, di  tutti  coloro  che pensano a questo  suo  desiderio  come un capriccio al limite dell’inutilità: sarebbe stato lo stesso  se a farlo fosse stato un ragazzo?

Penso  proprio  di no!

Questo  che forse non si  vuole comprendere è che dietro  alla decisione di  lasciare un posto di  lavoro  sicuro, la propria casa,  per intraprendere un Cammino (volutamente ho utilizzato  la lettera maiuscola) non è solo per mera avventura, ma perché dentro se stessi (nei meandri  della nostra psicologia, come ho  già scritto  all’inizio) si fa imperioso poter dare sfogo a quel magma che è la nostra natura vera ed essenziale, libera da ogni  schematismo culturale e/o  sociale.

Duccio Demetrio, nel  suo  libro Filosofia del  camminare, così descrive la libertà della donna a viaggiare in solitudine:

…per la donna la strada e  il suo  camminarvi in libertà, rappresenta il suo  cammino  emblematico della sua emancipazione.

Del  suo  diritto al movimento e al  viaggiare finalmente in solitudine

Il viaggio  continua

Come una moderna Ulisse al  femminile che non si  accontenta di un primo assaggio  di una vita errante, Diana ha continuato a viaggiare per il resto  del mondo: da Mosca a Bali, nel  Laos, in Myanmar, in Australia e Nuova Zelanda (con i visti  vacanza -lavoro).

Poi, in America, a bordo  di un camper, insieme a un compagno  di  viaggio  (Marco), per affrontare la traversata dal Canada all’Alaska, quindi giù verso  la Patagonia seguendo la Strada Panamericana: un viaggio dalla durata di  due anni e 82.000 chilometri  percorsi (e che, purtroppo, si  deve interrompere in direzione di  Buenos Aires a causa della quarantena imposta dalla pandemia).

 Seguite Diana e le sue avventure sul sito  Close to Eternity.

Per concludere 

  Ancora una volta mi permetto  di  ricorrere alle parole di  Duccio Demetrio  per descrivere l’essenza del  viaggio:

Nessun luogo così composito, esposto, infido come la strada parrebbe essere fonte di cura, di raccoglimento e financo di consolazione.

Eppure, è oltre il recinto, oltre le stanze, oltre il giardino, oltre il cortile che, mettendoci in cammino (e non solo metaforicamente), possiamo  capire di più quel  che siamo  e vogliamo, che chiediamo  a noi  stessi

Tratto  da Filosofia del  camminare di  Duccio  Demetrio

Letture in anteprima 

Stanca della routine e ammaliata da storie di viaggiatori che invitano a uscire dalla zona di comfort, Diana parte per un viaggio estremo verso il Medio Oriente: in autostop e campeggio selvaggio, dall’Italia fino al confine con la Siria attraverso i Balcani e la Turchia.

L’avventura inizia scandita dagli incontri casuali della strada: sconosciuti che le danno passaggi sui mezzi più disparati, sconosciuti che la ospitano nelle loro case, sconosciuti anche come compagni di viaggio. La strada porterà l’autrice a evolversi, a scoprire le regole dell’autostop e a comprendere la filosofia di vita e la gentilezza di chi aiuta senza chiedere nulla in cambio.

Ma, in quanto donna, viaggiatrice inesperta e autostoppista, scopre che le difficoltà e i pericoli che deve affrontare sono più imprevedibili di quanto avesse preventivato. C’è una realtà fuori dalla zona di comfort che è spesso taciuta perché scomoda e impopolare, oppure tutti i viaggiatori a tempo pieno vivono solo avventure da sogno?
È davvero un pregio essere determinati a viaggiare a ogni costo, oppure un’eccessiva resilienza può portare a conseguenze dall’impatto emotivo oltre il limite?

Cose da poco, insomma, che Diana si arroga il diritto di provare alle condizioni che sceglie e, perché no, anche di raccontare, rifiutandosi di cadere nello stereotipo dell’eroina impavida e coinvolgendo il lettore in un vortice di introspezione.

Ho il diritto di apparire fragile, volubile, di sbagliare, di arrabbiarmi, di essere stupida e irragionevole a voler partire anche se sono donna ed è pericoloso, perché è una scelta mia, e mia soltanto. So che mi capisci. Che una parte di te sa di cosa parlo e conosce il fuoco che ti brucia dentro per partire. Hai ragione: le emozioni del primo viaggio sono irripetibili, come ogni prima volta. Spero che, se anche un giorno dovessi accumulare tanti anni in viaggio, non dimenticherò come ci si sente a essere inesperti e a osservare tutto con gli occhi che brillano per la scoperta.

La complessità emotiva che può sommergere un’anima durante un viaggio è qualcosa di unico. Per questo motivo, Viaggio a ogni costo non è un semplice racconto: la realtà borderline descritta e la psicologia controversa dei personaggi fanno sì che il libro trascenda l’idea di reportage di viaggio, conferendogli il titolo di romanzo. È uno spaccato di vita reale a tutto tondo, un’autobiografia in cui l’autrice Vicina all’Eternità si racconta senza veli e la vita in viaggio viene sviscerata in tutte le sue implicazioni, da quelle più positive a quelle più negative, senza censure.

Diana Barbieri, fotografa e storyteller, è anche sui social con il nome Close to Eternity.

Titoli  di  coda

Nel  libro, all’inizio di ogni  capitolo, Diana introduce il titolo  di una canzone che fa da colonna sonora alle parole.

La playlist (su  Spotify premium) è disponibile attraverso un QR code all’inzio del libro.

Il brano Strange Machines è parte di  questa playlist

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Alla prossima! Ciao, ciao……♥♥

 

Martha Gellhorn, una corrispondente per tante guerre

Martha Gellhorn

La vita non è affatto lunga, mai  abbastanza,

ma i  giorni  sono davvero molto  lunghi.

Martha Gellhorn

 Martha Gellhorn Prize for Journalism

Il Martha Gellhorn Prize for Journalism è il riconoscimento  dato  a quei  giornalisti che, attraverso  le loro  inchieste, hanno rotto il muro  di  verità costruito dall’estamblishement per darne una versione dei  fatti  più reale e conseguentemente scomoda al potere.

Nel  2011 il premio  venne assegnato a Julian Assange, dal 2017 non vi  sono  stati  più vincitori.

Ma non è del premio  che voglio  scrivere ma di Martha Gellhorn, una delle figure femminili  più importanti  del  XX secolo e che qualcuno ancora oggi  si  ostina a ricordare solo  per essere stata una delle mogli  di  Ernest Hemingway .

Martha Gellhorn, la biografia in poche parole

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn

Martha Gellhorn nasce a St Louis l’8 novembre 1908, sua madre Edna Fischel Gellhorn era una esponente delle suffragette, suo  padre George Gellhorn di professione ginecologo, mentre suo  fratello Walter diventerà un noto  professore di  diritto  alla Columbia University e il minore Alfred seguirà le orme paterne diventando oncologo e preside della University of Pennsylvania School of Medicine.

 A questo punto potrebbe essere una certezza piuttosto  che un’ipotesi che sia stato proprio l’impriting materno, Edna era una donna molto  combattiva, a formare il carattere deciso  della figlia, tanto  che a soli otto  anni  Martha venne portata dalla madre alla manifestazione per il diritto  al voto delle donne e che verrà conosciuta  con il nome di  Golden Lane.

Edna Fischel Gellhorn e la Golden Lane
Martha Gellhorn
Edna Fischel Gellhorn

Edna Fischel Gellhorn (St. Louis 18 dicembre 1878 – St.Louis 24 settembre 1970) era una suffragista e riformatrice americana e svolse un ruolo in primo piano nella fondazione della National League of Women Voters. Suo padre Emil Fischel fu professore di medicina clinica presso la Washington University e contribuì a fondare la Barnard Free Skin and Cancer Hospital; sua madre, Martha Fischel, era un’educatrice molto coinvolta nella filantropia e nel lavoro civico.

 Dopo essersi diplomata alla Mary Institute High School di St. Louis, Edna ha frequentato il Bryn Mawr College in Pennsylvania laureandosi nel 1900. Tre anni dopo sposò George Gellhorn, un eminente medico e professore di medicina presso la Washington University di St. Louis. Insieme hanno avuto una figlia e tre figli: Martha, Walter, Alfred e George Jr.

Sebbene sia cresciuta in una famiglia benestante e abbia vissuto una vita agiata da ceto alto come donna sposata, Gellhorn credeva nel valore e nell’importanza di aiutare gli altri attraverso il servizio pubblico. Lei, come i suoi genitori, è stata profondamente coinvolta nella comunità di St. Louis. All’inizio della sua carriera come attivista civica ha organizzato eventi di beneficenza, ha fatto pressioni con successo per regolamentazioni sull’acqua potabile pulita e ha contribuito a garantire l’approvazione di una legge che richiedesse migliori standard di sicurezza per il latte.

Tuttavia, ha trovato la sua vera vocazione nel movimento per il suffragio. Quando la League of Women Voters fu fondata all’inizio del 1920, a Gellhorn le fu  chiesto di ricoprire il ruolo  di primo presidente nazionale, lei   rifiutò l’offerta, ma divenne ugualmente il primo vicepresidente nazionale dell’organizzazione. È stata anche eletta prima presidente della Missouri League of Women Voters e ha ricoperto per tre mandati la presidenza della St. Louis League of Women Voters.

Lo stile di  Edna Gellhorn era quello di dare il buon esempio e fare tutto ciò che era necessario: teneva discorsi, faceva pressioni sui politici, presiedeva comitati.  Durante la sua carriera, Gellhorn dimostrò  di credere non solo nell’uguaglianza delle donne ma anche nell’uguaglianza razziale: quando la lega di St. Louis nel 1919 ha votato per determinare se le donne afroamericane potevano far parte del suo consiglio, Gellhorn ha espresso il voto decisivo che aprì il consiglio agli afroamericani.

Nel 1921, Gellhorn e la lega lasciarono l’Advisory Board, un gruppo di organizzazioni femminili di St. Louis che escludevano l’adesione da parte delle afroamericane. Vent’anni dopo, quando l’ufficio della lega si trovava al Kingsway Hotel di St. Louis, il personale dell’hotel disse ai membri della lega afroamericana che non potevano usare gli ascensori pubblici; invece avrebbero dovuto usare gli ascensori di servizio. Indignata, la lega, guidata da Gellhorn, si trasferì fuori dall’hotel e si trasferì in un nuovo ufficio piuttosto che lasciare che i suoi membri neri fossero discriminati.

Dopo che le donne ottennero il diritto di voto nel 1920, Gellhorn continuò a lottare per numerose cause come l’uguaglianza delle donne, i diritti civili e l’istruzione. È stata attiva in numerose organizzazioni come la St.Louis Urban League, il Comitato centrale delle donne per la conservazione degli alimenti, il Comitato per l’eliminazione del fumo, l’Associazione americana per le Nazioni Unite, la National Municipal League. Gellhorn ha anche fatto parte della Commissione statale del Missouri sullo status delle donne e della Commissione per la revisione della costituzione del Missouri.

Edna Fischel Gellhorn non si è mai candidata né ha ricoperto cariche pubbliche, ma grazie al suo ottimismo e al suo duro lavoro ha contribuito a migliorare il mondo. Nel 1953 dichiarò: Sono contenta di essere nata in un periodo di forti  tensioni sociali. Sono contenta di averlo vissuto. E ho una fede infinita nel futuro.

Eda Gellhorn è morta il 27 settembre 1970, all’età di novantuno anni ed è sepolta nel cimitero di Bellefontain.

Golden Lane

Martha Gellhorn
Le suffragette partecipanti alla manifestazione del Golden Lane il 14 giugno 1916 a St.Louis

 Uno dei suoi contributi più importanti è stata la manifestazione politica nota come Walkless-Talkless Parade alla Convenzione Nazionale Democratica del 1916 a St. Louis: migliaia di donne vestite di bianco con fasce gialle e ombrelli dello stesso colore stavano su entrambi i lati della strada e formavano una corsia d’oro che i delegati democratici dovevano attraversare per raggiungere la convenzione il giorno dell’inaugurazione. Questo evento ha attirato l’attenzione nazionale sulla campagna delle suffragette per il diritto di voto delle donne. In prima fila tra le dimostranti vi erano due bambine come rappresentanza delle future elettrici: Mary Taussig e Martha Gellhorn.

Il diritto al voto delle donne venne finalmente concesso il 26 agosto 1920 con l’approvazione del XIX emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che introdusse il suffragio universale.

Nel 1926 Martha Gellhorn si  diplomò alla Burroughs School di  St.Louis iscrivendosi  poi al Bryn Mawr College a Philadelphia abbandonando  gli  studi  nel 1927 per intraprendere la carriera di  giornalista.

I suoi primi  articoli  vengono pubblicati su  The New Republic (settimanale liberal fondato  nel 1914 e tutt’ora attivo) ma decisa a diventare una corrispondente per l’estero si  trasferì nel 1930 a Parigi dove vi  restò per due anni lavorando presso l’ufficio  della United Press: qui  viene licenziata dopo  aver denunciato  delle molestie sessuali  da parte di un collega (il MeToo è ancora lontano  nel tempo).

Proseguì la sua carriera viaggiando in lungo  e largo  per l’Europa scrivendo per vari  giornali tra cui  articoli  di moda per Vogue riportando l’esperienza di  quegli anni  nel  libro What Mad Pursuit (1934).

Ritornata negli  Stati Uniti nel 1932, venne assunta da Harry Hopkins, consigliere e uomo  di  fiducia del presidente Franklin Delano Roosevelt.

Dallo  stesso presidente ebbe l’incarico di  raccogliere testimonianze sul campo per conto della Federal Emergency Relief Administration (FERA), organizzazione creata da Roosevelt per trovare una risposta alla Grande depressione di quegli anni  negli  Stati Uniti.

Per questo  lavoro ebbe modo  di  affiancarsi  a Dorothea Lange, la fotografa che più di  altri  ha documentato  fotograficamente la tragedia della Grande depressione (di  lei  ho  parlato in un mio articolo che troverete nella lista dei link alla fine di  questo), e insieme fornirono cospicui  rapporti diventati parte degli  archivi storici  ufficiali  del governo  relativi  a quel periodo  che servirono  a Martha Gellhorn come base per una raccolta di  racconti nel libro The Trouble I’ve Seen (1936).

L’incontro (e la fine)  con Ernest Hemingway

Martha Gellhorn
Martha Gellhorn insieme a Ernest Hemingway

L’incontro  con  Ernest Hemingway  ebbe luogo  durante un viaggio  di  Martha Gellhorn a Key West in Florida nel  natale del 1936, essendo per lavoro  entrambi   interessati  alla Guerra civile spagnola  decisero  di partire insieme per la Spagna celebrando il successivo  natale a Barcellona.

Questo  incontro è narrato (in maniera molto  romanzata) nel  film Hemingway & Gellhorn diretto da Philip Kaufman e con Nicole Kidman e Clive Owen nei  ruoli  principali

Da allora, e per i  successivi  quattro anni, i  due ebbero modo  di  frequentarsi  sempre più spesso fino ad arrivare alla decisione di  sposarsi  nel novembre 1940 (Hemingway  aveva da poco  divorziato  dalla seconda moglie Pauline Pfeiffer).

Il carattere dello  scrittore, però, non poteva combaciare con gli impegni da giornalista della moglie che la portavano a fare lunghe assenze da casa in giro per il mondo tanto  che, quando  Martha partì per l’Italia, le scrisse:

Sei una corrispondente di  guerra, o una moglie nel mio letto?

Che sia vero o meno la frase attribuita a Hemingway, fatto  sta che il loro matrimonio, come si  vuole dire in questi  casi, iniziò  ad andare a rotoli fino  ad arrivare alla decisione di  divorziare nel 1945.

Martha Gellhorn, la corrispondente di  guerra

Incredibilmente l’enciclopedia universale, e cioè Wikipedia, nella biografia dedicata a Ernest Hemingway liquida con queste parole la figura di  Martha Gellhorn:

Il 16 marzo, dopo aver ottenuto i permessi per la Spagna, Hemingway partì in aereo per Barcellona intenzionato ad arrivare più a sud e, arrivato a Valencia, volle andare subito a vedere i luoghi della vittoria lealista. In seguito si spostò a Madrid  dove iniziò la sua attività di inviato speciale e dove lo raggiunse Martha Gellhorn, la giovane e ambiziosa scrittrice che aveva incontrato allo Sloppy Joe’s Bar di Key West….⌋ 

Sul fatto  che  Martha Gellhorn  fosse giovane (e anche ambiziosa) nulla da dire, ma quelle parole sembrano  piuttosto il confronto  fra una novellina e il gigante della letteratura (inoltre Martha era anche una corrispondente di  guerra oltre che scrittrice).

Comunque, dopo  l’ascesa di  Hitler nel 1938, la troviamo  in Cecoslovacchia, descrivendo  quel periodo  nel romanzo A Stricken Field (1940); in seguito, dopo  lo scoppio  della guerra, si  spostò in Finlandia, Honk Kong, Birmania, Singapore e Inghilterra e, non avendo  le credenziali  ufficiali della stampa per assistere allo sbarco  del  D-Day, si  travestì da infermiera per essere l’unica donna giornalista presente in Normandia quel  giorno  del 6 giugno 1944.

Dopo  la guerra si  ritrovò a lavorare su altri  fronti, questa volta per l’Atlantic Monthly, coprendo la guerra in Vietnam, i  conflitti arabo – israeliani degli  anni ’60 – ’70 e, all’età di settant’anni e cioè nel 1979, era in America centrale per documentare le guerre civili.

Nel 1989, a quasi  ottant’anni, riuscì a fare la cronaca dell’invasione statunitense di  Panama.

Nel 1990, dopo un’operazione di cataratta non riuscita che la lasciò con problemi  di vista permanenti, dichiarò di  essere troppo  vecchia per coprire il  conflitto  dei  Balcani in Europa.

Questo non le impedì un ultimo viaggio in Brasile nel 1995 per documentare la povertà in quel  Paese e pubblicare il racconto sulla rivista letteraria Granta

Martha Gellhorn muore nella sua casa di  Londra il 15 febbraio 1998, non si  sa se per morte naturale o  suicidio.

Il libro in anteprima 

Dalle notti madrilene squarciate dalle bombe della Guerra civile spagnola, nel 1936, alle guerre in America Latina degli anni novanta, percorrendo le paludi del Vietnam e battendo i deserti del Medio Oriente, I volti della guerra narra le storie – di ferocia, amore e sofferenza – dei despoti e delle vittime dei conflitti del secolo scorso.

Martha Gellhorn – antesignana delle corrispondenti di guerra, tra i primi a testimoniare l’orrore del campo di concentramento di Dachau – ha raccontato, con i suoi reportage, i fronti più caldi del XX secolo. Una scrittura immediata e realistica – sensibile ai suoni, agli odori, alle parole, ai gesti dei luoghi visitati – e un’infallibile capacità di cogliere e custodire l’estrema varietà di esperienze vissute hanno dato forma alla visione umana del mondo della grande reporter.

Questo libro è ormai un classico del giornalismo moderno. Martha Gellhorn l’ha scritto non perché fosse interessata ai generali e ai politici, ma perché coltivava un forte impegno nei confronti della gente normale che dalle guerre viene schiacciata.

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Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Attraversando il Deserto con il Nordic Walking

Deserto

Camminiamo  per imparare di più, per sconvolgerci, per esplorare, per visitare le brutture della vita.

Per portare a esse un soccorso.

É quindi un meditare coraggioso, una sfida verso  se stessi

Tratto  dal libro Filosofia del Camminare di Duccio Demetrio ⌋ 

Ma di  quale deserto  parlo?

Niente paura: non vi  sto proponendo di  affrontare il deserto  del Kalahari  per una sessione di  nordic walking ma, semplicemente, il deserto (con la D maiuscola) è quello che andremo a visitare nel percorso che troverete più avanti  e che si  trova nell’entroterra di Varazze compreso nell’area del  Parco  Naturale Regionale del  Beigua: L’Eremo Del Deserto.

Ricordando  che nella tradizione cristiana il deserto è inteso  come una sorta di isolamento  dal  resto  del mondo, utile alla ricerca di  se stessi e del contatto  con il divino, aggiungo  anche che coloro non credenti possono egualmente sperimentare tale ricerca interiore, specie in comunanza con la natura

La breve storia dell’Eremo del Deserto.

Deserto
L’Eremo del deserto visto dal sentiero che conduce verso il monte Sciguello

Nel 1614 padre Angelo di  Gesù Maria appartenente all’Ordine dei  carmelitani  scalzi, decise la fondazione di una casa eremitica affidandone il compito al  convento di  Genova che, a tale proposito, stanziò un primo  contributo  pari  a 500 scudi per l’acquisto  di un terreno.

Le offerte di  vendita di  terreni  andarono  da Capo Noli a Masone e fino  a San Remo, ma la scelta cadde su un’area dell’entroterra di  Varazze.

Il 21 dicembre 1615 venne concesso l’acquisto, ma a due condizioni: la prima era che se la funzione di  eremo fosse venuta meno il terreno  doveva ritornare nelle mani  della comunità di  Varazze.

La seconda condizione era che il Senato della Repubblica di Genova (dalla quale Varazze dipendeva) doveva dare il suo  assenso  per la costruzione dell’eremo.

Il 22 febbraio  1616 avvenne il primo  acquisto  di  terreno al prezzo  di 3.000 scudi, ma il Senato della Repubblica si oppose adducendo  al fatto che il passaggio  di proprietà faceva venire meno  la giurisdizione secolare in favore di  quella ecclesiastica.

L’intervento  di  Giulio  Pallavicini (governatore di  Savona) riuscì ad appianare la disputa con la clausola che parte del  terreno compreso nell’atto  di  acquisto rimanesse sotto  la giurisdizione della Repubblica di  Genova.

Finalmente il 18 marzo 1618 davanti  al generale dei  Carmelitani  Scalzi, Domenico  di  Gesù Maria, iniziarono i lavori che si protrassero per  quindici  anni fino  al  completamento della struttura monacale.

Domenico di  Gesù Maria stabilì, quindi, la clausura con scomunica, senza distinzione tra clero  e popolo, a chi avesse introdotto una donna nel perimetro del  convento. La scomunica, inoltre, veniva comminata a quei  frati  che uscivano  dal confine del  convento  senza averne prima chiesto l’autorizzazine al padre superiore.

Nel 1799 a seguito  della costituzione della Repubblica Ligure (che si  ispirava agli ideali della Rivoluzione francese), il Deserto  di  Varazze venne confiscato.

Arrivando  al  XIX secolo,  si  registrano  numerosi  passaggi  di proprietà del sito: il primo  acquirente fu il genovese Ignazio Pagano  che si  aggiudicò la gara d’asta per 40.000 lire. A questa vendita furono poste alcune limitazioni, tra cui  i più importanti quella di  disboscare i  terreni  coltivabili   e, al contempo, l’obbligo  di  coltivare determinate essenze (quali proprio  non lo so).

Alla morte di  Ignazio Pagano misero in vendita tutte le proprietà del  defunto  tra cui anche l’eremo e ciò permise, nel 1818, ai  Carmelitani  di rientrarne in possesso..

 Ma il travaglio  dei  frati non finì allora, perché il 29 maggio 1855, in base a una nuova legge promulgata dal  governo del  Regno  di  Sardegna stabilì il sequestro del convento  e la sua ennesima messa in vendita.

Saltando il resto  della storia che riguarda diversi  passaggi di proprietà (storia che potrebbe risultare  alquanto  noiosa), si  arriva al 16 dicembre 1920 quando, attraverso  un atto notarile, i Carmelitani rientrano in possesso  dell’Eremo  del Deserto officiando la messa il 1° gennaio 1921 .

Quella che segue è una piccola galleria fotografica riguardante la chiesa annessa all’eremo.

L’itinerario 

L’itinerario  prende inizio  nei pressi della sede della Croce d’Oro di  Sciarborasca (entroterra di  Cogoleto, subito  dopo la frazione di  Pratozanino) dove si può parcheggiare in un ampio  piazzale  (nei  giorni  feriali  è possibile che lo  spazio  venga occupato  per le  sessione di  scuola guida per le moto, quindi bisogna parcheggiare ai  margini, in alternativa,  sempre vicino alla sede della Pubblica assistenza vi è un parcheggio  molto più piccolo).

Deserto
Lunghezza del percorso: 14 chilometri e 800 m. (andata e ritorno)

All’incrocio  della strada verso il centro  di  Sciarborasca, si  prende la strada in basso  con l’indicazione Eremo  del  deserto.

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Dopo  qualche centinaio  di metri si  arriva a un’edicola in prossimità del  confine con l’area del Parco  del  Beigua.

Pur essendo a soli 278 metri  sul livello  del mare e a poca distanza dal centro  abitato, l’ambiente che attraverseremo  ha in suoi  certi  aspetti  può essere paragonato a quello montano: d’inverno la tramontana che scende dai monti intorno  fa si che le temperature d’inverno  siano  molto  basse, ovviamente d’estate si può godere di  temperature piacevoli  dovute alle correnti  d’aria.

Arriviamo nei pressi dell’antica portineria di  sant’Anna (un  tempo l’entrata principale del  complesso del  Deserto) passando  accanto  al  vecchio mulino (oggi  abitazione privata) e attraversando il ponte sul torrente Arrestra.

Volendo possiamo fare una deviazione sulla nostra sinistra per visitare il percorso  botanico dell’eremo, ultimamente, però, non molto  curato.

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Immediatamente dopo  aver passato  la vecchia portineria il percorso diventerà una ripida salita lunga all’incirca novecento metri che si  concluderà davanti all’ingresso  del convento: un po’ di  respiro (volendo  si può bere anche alla fonte lì accanto) per riprendere di nuovo  la strada, sempre in salita ma più lieve (sulla nostra sinistra una Via Crucis che si innalza nel  bosco  permette di  tagliare un tornante).

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Dopo  appena quattrocento metri arriviamo  a una seconda fonte posta sulla nostra destra (una terza e ultima fonte la si incontrerà adiacente a una grande casa a un quarto  della fine del percorso).

Dopo all’incirca  cinque chilometri dall’inizio passiamo  accanto  all’agriturismo  La Fonda e un’area picnic di proprietà dell’agriturismo  stesso (per l’utilizzo  dell’area è richiesto un piccolo  pagamento)

Deserto

A questo punto  ormai  mancano  meno  di  quattrocento   metri  per arrivare al  Passo del  Muraglione e cioè all’incorcio che a destra conduce verso i paesi di  Faie e Alpicella, sulla sinistra  un sentiero  condurrà in cima alla Madonna della Guardia di Varazze (prossimo  tema di un mio  articolo), mentre proseguendo per la strada arriveremo  a Campomarzio  e quindi  alla provinciale che conduce a Varazze.

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Adesso non ci  resta che ripercorrere la strada in senso  inverso (ma sempre con il ritmo del  nordic walking)

Variante lunga

Dal bivio raggiunto con il percorso descritto in precedenza si può proseguire seguendo la strada in salita verso la frazione di Faie. In questo caso la lunghezza del percorso in totale (comprensiva di andata e ritorno) sarà di 18 chilometri e 300 metri circa. Ricordo che dalla frazione di Faie si può raggiungere il monte Beigua, in questo caso il percorso diventa di tipo escursionistico

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥