Polesine tra racconti e viaggiatori immaginari

Polesine

Molti  eventi  avevano insegnato  agli  abitanti del luogo a mantenere i  segreti, quindi non ci  fu  alcun bisogno di  esercitare pressioni  di  sorta.

Inoltre quello che sapevano  erano ben  poco: i vasti  acquitrini salati, piaghe desolate e disabitate, tenevano la gente dell’entroterra ben lontano da Innsmouth..

Tratto da La maschera di  Innsmouth di Howard P. Lovecraft 

Il Polesine non è Innsmouth, ma…

Lo  sanno  tutti (o  quasi  tutti) che Innsmouth, al  pari del Necronomicon di  cui  ho  scritto precedentemente a questo post, è un’altra invenzione letteraria di quel maestro della letteratura horror che fu  Howard P. Lovecraft.

Eppure nel Polesine, e con esso in  tutto  il Delta del  Po, i misteri e le leggende si sono tramandate per generazioni tra gli abitanti  dei piccoli  paesi, confluendo  nella tradizione dei  racconti  del  filò, cioè quel momento, alla fine di una dura giornata lavorativa, quando i  contadini si incontravano di  sera intorno a un fuoco  per raccontare storie che potevano essere semplici  narrazioni del  tempo  trascorso oppure, quasi come forma di intrattenimento  in mancanza di mezzi  mediatici  (radio o televisione che sia), racconti  paurosi di  mostri  e fantasmi (il più delle volte per spaventare i  bambini  e  le anime più sensibili).

Messa da parte la tradizione di  riunirsi attorno  a un fuoco per ascoltare storie – semmai  oggi è la luce fredda di uno  smartphone o tablet a inchiodarci  a notizie che, il più delle volte, rientrano  nella categoria delle fake news – non resta che esplorare la cosiddetta cultura popolare per ritrovare fantasmi  e mostri forse gli  stessi che, a detta di  qualcuno, hanno ispirato Howard P. Lovecraft  per costruire  la cosmogonia alla base del  Ciclo  di Cthulhu 

Polesine
Il disegno di Lovecraft relativo alla figura di Cthulhu in una lettera inviata allo scrittore statunitense R.H. Barlow

Ma cosa ci  faceva Lovecraft nel  Polesine? 

Polesine

Premettendo  che il soggiorno in Polesine di  Lovecraft possa essere veritiero  quanto un mio prossimo  viaggio  verso il pianeta Marte (ma non si  sa mai...) passo immediatamente a raccontare ciò che è accaduto a Montecatini in un mercato  di libri  d’antiquariato  circa vent’anni fa.

Era appunto  il 2002 quando un collezionista  tra i  banchi di libri d’antiquariato,  trova una copia di una vecchia edizione  dell’autore Émile Zola del 1895 (la cronaca non riporta il titolo  del libro): la sorpresa dell’uomo diventerà maggiore quando, una volta a casa, scopre tra le pagine del  libro una busta contenente alcuni fogli (qualche decina) scritte a mano in inglese e con disegni  a corredo il tutto utilizzando un inchiostro  di  colore blu.

Tra questi fogli uno  riporta una data e un commento:

15 maggio 1926: “Partito dal porto di  New York alle 19.12 con dieci  minuti di  ritardo”

Basta questo per dire che Lovecraft abbia intrapreso il viaggio da Providence fino  al Delta del  Po?

E’ vero  che una prima analisi della grafia nei  fogli ha portato  a una certa rassomiglianza con quella di  Lovecraft nonchè  la firma di  Granpa Theo utilizzata come pseudonimo  dallo scrittore,  ma è anche vero un fatto incontrovertible e cioè che Lovecraft, essendo perennemente al  verde  non avrebbe utilizzato il denaro  per un costoso  viaggio  in tutt’altro modo.

Inoltre, come riporta Lyon Sprague de Camp nella sua biografia  dedicata a Lovecraft, egli  avrebbe mantenuto durante la sua vita una fittissima corrispondenza con i suoi  amici composta da più di  centomila lettere (qualcuno dice che esse fossero centottantamila  ……ma quanto  spendeva in francobolli?): ebbene in nessuna di  esse lo scrittore menziona un suo  viaggio in Italia.

Ipotesi  di un viaggio in Italia: il docufilm

 Per dipanare il mistero l’acquirente non più misterioso perché si  tratta del regista Federico  Greco,    si  rivolge al suo  amico  documentarista Roberto Leggio: entrambi pensano  che a quel punto  era necessario coinvolgere la persona considerata come il massimo  esperto italiano su  Lovecraft:  e cioè Sebastiano  Fusco.

Da questo incontro si  avrà nel 2004 il documentario H.P. Lovecraft – Ipotesi  di un viaggio in Italia che vede anche la partecipazione dello  scrittore Carlo Lucarelli e del  giornalista Gianfranco  de Turris presentato  al  Festival  di  Venezia nello  stesso  anno.

L’anno seguente è la volta di Il mistero di Lovecraft – Road to L. un mockumentary* in puro  stile The Blair Witch Project (1999) (il film completo in inglese con sottotitoli italiani lo troverete in questa pagina)

Mockumentary
Il falso documentario, in inglese mockumentary, è un espediente narrativo del mondo audiovisivo nel quale eventi fittizi e di fantasia sono presentati come se fossero reali attraverso l’artificio di un linguaggio documentaristico.

Ripeto la domanda: cosa ci  faceva Lovecraft nel Polesine?

Diamo  per scontato che sia vero il viaggio di  Lovecraft in Italia, la domanda è appunto perché abbia scelto l’entroterra del  delta del  Po come meta del  suo pellegrinaggio?

Perché proprio  di un pellegrinaggio  si  tratta, non quello rivolto  a un santuario bensì a un altro  tipo  di  tempio della cultura come la  Biblioteca nazionale Marciana a Venezia tra le cui  mura è custodita la più grande raccolta del mondo  di  manoscritti in latino  e greco, e qui  egli  avrebbe trovato nuova linfa per la sua narrazione in stile horror.

Da Venezia al Polesine il viaggio è breve (tanto più se confrontato con l’attraversamento  dell’Atlantico  per giungere in Europa): qui, attratto  dalle vecchie leggende, ossatura dei  racconti  del  Filò, avrebbe trovato l’ispirazione per uno dei  suoi  esseri de Il ciclo  di  Cthulhu: l’Uomo pesce o Uomo  lucertola*

L'Uomo pesce
Se l’Uomo pesce è servito a Lovecraft per disegnare nella sua cosmogonia l’essere chiamato Dagon, per altri l’esistenza di questo ibrido è reale: nel 1988 Sebastiano Di Gennaro, presidente dell’USAC (Centro Accademico Studi Ufologici) rilevò le impronte di un essere misterioso sugli argini del fiume Po. A questa (ipotetica) creatura diede il nome di homo saurus (quindi non più Uomo – pesce ma Uomo – lucertola. tale racconto era, inoltre suffragata dalla testimonianza di alcune persone che confermavano di aver visto un essere molto alto dalla pelle squamosa e dagli occhi rossi.. A contraddire queste testimonianze (forse dovute a qualche bicchiere di grappa di troppo) ci pensò Massimo Polidoro, giornalista e uno dei membri fondatori del Cicap, che spiegò che negli anni ’80 la serie televisiva Visitors aveva in un certo qual modo suggestionato la fantasia di alcuni…..

Il viaggio di Lovecraft si  sarebbe concluso nel paese di  Loreo (in provincia di Rovigo) dove sarebbe entrato in contatto  con l’antica  Confraternita dei  Flagellanti  della Ss. Trinità di Loreo (popolarmente conosciuta come  i Fradei)  i quali adepti ancora oggi e ogni  anno nella Notte della Santissima Trinità (che cade la domenica successiva alla Pentecoste) dopo la processione notturna si  riuniscono  all’interno di una chiesa  per una cerimonia a porte chiuse dove solo loro possono  partecipare.

Si  dice che lo  stesso  Lovecraft abbia insinuato  che  i Fradei  si  riuniscono in questa cerimonia per adorare l’Uomo – pesce (o lucertola se vi piace di più)

A questo punto  l’unico  vero  mistero  è se non è stato  H.P. Lovecraft a scrivere quelle pagine ritrovate a Montecatini, chi  mai  sarà il vero  autore?

Il libro in anteprima

Situata dalle parti di Arkham, Innsmouth è una cittadina di mare caduta così in declino da essere scomparsa dalle mappe. I suoi abitanti sono disgustosi all’olfatto e alla vista e si narrano storie di visitatori scomparsi.

Eppure non è troppo difficile, per un giovane in vacanza nel New England, finirci per caso ed essere costretto alla fuga durante la notte. Si porterà dietro, assieme alla leggenda di un patto di sangue tra gli abitanti della cittadina e una mitologica creatura marina, un terrore primordiale che non lo abbandonerà mai più.

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Al Azif ovvero il Libro delle leggi che governano i morti

Al Azif

Non è morto ciò che può vivere in eterno.

E in strani  eoni anche la morte può morire

Abdul Alhazred – Necronomicon⌋ 

H.P. Lovecraft, due parole introduttive 

Consapevole del  fatto  che non avrei  nulla da aggiungere alla biografia di  H.P. Lovecraft se non fare un ignominioso copia e incolla da altre fonti, per tutto  quello  che c’è da sapere sulla vita  dello scrittore di  Providence (a cui  inizialmente si  è anche ispirato  Stephen King) vi  rimando al box seguente il cui  contenuto  è tratto interamente da Wikipedia (togliendo  a voi  il fastidio di cambiare pagina e a me l’interesse affinché rimaniate qui).

In  questo articolo mi concentrò più che altro sull’invenzione di  H.P. Lovecraft riguardante il Necronomicon da considerare, forse, il più famoso  dei  pseudobiblia.

Inoltre, in un successivo articolo, scriverò di un (improbabile) viaggio  di Lovecraft nel  nostro Polesine.

Howard_Phillips_Lovecraft

 Al Azif del poeta pazzo Abdul Alhazred 

 Il Necronomicon, opera originale dal nome arabo  Al Azif – dove la parola Azif in arabo è l’allocuzione per indicare gli  strani  suoni  notturni  che si  odono nel  deserto e che si  vuole associare alla voce dei demoni – fu  scritto da Abdul Alhazred, poeta nativo  di  Sanaa capitale dello  Yemen, vissuto  nel periodo del  Califfato  Omayyade nell’ottavo  secolo d.C.

Si  racconta che egli arrivò a trascorrere dieci  anni  di  completa solitudine nel Rub’ al-Khali (il deserto  chiamato Quarto  vuoto  dagli  arabi e dove, si  presume,  il nostro  Abdul incominciò a dare segni  di  pazzia), questo  dopo  aver esplorato le catacombe deserte di Menfi fino  ad arrivare alla mitica  Irem (la Città dalle Mille Colonne) trovandovi  le tracce di una civiltà antichissima, più antica di  quella umana, che adoravano  due divinità chiamate Yog e Cthulhu.

Al Azif

Dopo  queste sue peregrinazioni  si  stabilì a Damasco dove scrisse l’Al Azif: in questa città morì nel 738 d.C. (racconti  postumi  alla sua dipartita narrano di una fine agghiacciante divorato  da un mostro in pieno  giorno nelle vie di  Damasco).

Al Azif era un grimorio, cioè  un manuale per evocare spiriti  e demoni, molto  diffuso, se pur in segreto, tra  i filosofi antichi: nel 950 venne tradotto in greco  dal  filosofo Teodoro Fileta che gli  diede il nome di  Necronomicon, testualmente il Libro  delle leggi che governano i morti .

La Chiesa, ovviamente, non ci pensò molto  a mettere a bando il testo  magico e infatti nel 1050 il vescovo  Michele, patriarca di Costantinopoli, diede ordine di  bruciare tutte le copie del libro  maledetto.

Nel 1232 papa Gregorio IX mise il Necronomicon nell’Index Expurgatorius antecedente all’Index librorum prohibitorum voluto da papa Paolo IV nel 1559.

Ma non tutte le copie finirono  al  rogo, tanto  che il danese Olaus Wormius nel 1228 tradusse in latino l’Al Azif basandosi su un testo in greco di  Fileta.

Della traduzione  di  Wormius si  ebbero in seguito  due stampe verso  la fine del XV secolo quella in tedesco, due secoli  dopo  quella in lingua spagnola.

Potrei  continuare citando altre storie e atri  personaggi che ruotano intorno  al  Necronomicon, sennonché tutto  questo  BLABLABLA lo si può considerare come un divertissement di  Lovecraft per l’interesse nato intorno alla creazione del suo pseudobiblia: il Necronomicon

 

Quando nasce il termine pseudobiblia?
Il primato  dell’utilizzo del  termine pseudobiblia, in riferimento a libri inesistenti inseriti in opere di  finzione, è da attribuire allo  scrittore americano Lyon Sprague de Camp (New York, 27 novembre 1907 – plano , 6 novembre 2000) riportato  nell’articolo The Unwritten Classics pubblicato sulla rivista The Saturday Review of Literature del 29 marzo 1947

Al Azif

Al Azif: eppure Lovecraft lo  aveva detto

Lo stesso  Lovecraft si  stupì come le persone diedero per vero la storia dell’Al Azif e del personaggio  (fittizio) che lo  scrisse e cioè il poeta pazzo Abdul Alhazred.

 Lovecraft inoltre confessò, in una lettera scritta al  suo  amico epistolare Frank Belknap Long, che il nome Alhazred fu  da lui inventato come pseudonimo dopo  che da giovane era rimasto  affascinato  dalla lettura del  Mille e una notte – lo scrittore e critico  letterario inglese Malcolm Skey si  spinse nel  dire che Alhazred è la contrazione della frase inglese all  has read (in italiano ha letto  tutto) per la sfrenata passione per la letteratura del  giovane Lovecraft –

Vedendo  che ogni  suo  sforzo per ristabilire la realtà delle cose era vano, Lovecraft si  divertì ad avvalorare la tesi  dell’esistenza del  Necronomicon tanto da stilare un elenco  di  collezioni  private inaccessibili dove copie del  Necronomicon erano  custodite, tra le quali  quella del British Museum (istituzione notoriamente esistente), e quelle nella Miskatonic University Library di  Arkham nel  Massachusetts (altra invenzione di HPL che, in un certo  senso, mostra un lato ironico del suo  carattere).

Addirittura quando Willis Conover, altro  suo  compagno  epistolare, gli inviò una copia di una rivista amatoriale in cui, quello  che diventerà un famoso scrittore  di  science fiction (ogni  tanto  anche a me scappa la mania dei  termini in inglese) e cioè Donald A. Wollheimriportava la traduzione del  Necronomicon dall’originale in lingua araba fatta da W.T. Faraday stette al  gioco dicendo  di  aspettare la traduzione completa per aiutare l’autore nel  correggere qualche eventuale errore.

Sennonché, nel  rispondere a Conover, aggiunse:

Se la leggenda del  Necronomicon continua a crescere   in questa maniera, la gente finirà per crederci  veramente, e accuserà me di  falso per aver affermato di  averlo inventato io

Il gioco  continua 

Nel 1941 l’antiquario Philip Duchêsnes di  New York inserì nel proprio  catalogo l’opera attribuendone il valore di acquisto pari  a 900 dollari  (una somma considerevole per l’epoca) trovando,  con sua grande sorpresa, numerose richieste di  acquisto  anche a una cifra superiore di  quella iniziale.

Nel 1962 la più autorevole rivista di  bibliofilia degli  Stati Uniti, la Antiquarian Bookman, pubblicava nella rubrica di  libri antichi in vendita l’offerta di una copia del  Necronomicon proveniente dalla Miskatonic University (vi  ricorda qualcosa?)

Infine, per concludere quello  che sarebbe  un lungo  elenco di  scherzi su Al Azif, cito la California University dove qualche decennio  fa  appariva nel  catalogo  della sua biblioteca la scheda di  carico  del  Necronomicon.

Se avete qualche nota da aggiungere o  suggerimenti  aspetto  vostro notizie.

Se volete continuare a leggere qualche altra storia su  H.P. Lovecraft venite prossimante con me in Polesine⌋ 

Il libro in anteprima 

H.P. Lovecraft, maestro americano della letteratura fantastica del Novecento, ha dato vita nei suoi racconti a un vero e proprio sistema mitologico, i cosiddetti Miti di Cthulhu.

Per fornire a questa mitologia una base storica, l’autore produsse l’esistenza di un libro magico, il Necronomicon, scritto nell’VIII secolo d.C. dall’arabo yemenita Abdul Alhazred.

Oltre alla biografia immaginaria dell’arabo, Lovecraft inventò per il Necronomicon una cronologia fittizia, Storia e cronologia del Necronomicon, creando un ambiguo mistero che si è protratto per anni, e che ha portato alla pubblicazione in tutto il mondo di innumerevoli versioni del libro maledetto.

Il volume presenta i racconti in cui Lovecraft ha introdotto, descritto, citato il Necronomicon, ponendo le basi del suo mito. Tra questi vi sono classici come L’orrore di Dunwich (1928) e Il caso di Charles Dexter Ward (1928), Colui che sussurrava nel buio (1930), Le montagne della follia (1931) e L’ombra venuta dal tempo (1934).

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Manifesti, l’arte grafica nella Collezione Salce

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Lego  allo Stato  Italiano, rappresentato dal  Ministero  della Pubblica istruzione, la mia collezione di  manifesti pubblicitari raccolti  durante un settantennio, esistenti  tutti  e soltanto nei  solai della mia casa In Borgo  Mazzini 48, in Treviso…..

Dal  lascito  testamentario  di Ferdinando  Salce – 12 settembre 1962

Manifesti, che passione

Bisogna avere tanto spazio  per raccogliere 25.000 manifesti  pubblicitari e Fernando (Nando) Salce di  spazio  ne doveva avere tanto  nella sua casa di  Treviso ove, manifesto  su  manifesto, anno  dopo  anno, aveva arricchito la sua collezione. fino  al giorno della sua morte avvenuta nel  settembre del 1962.

Nato  a Treviso il 22 marzo 1877 in una famiglia benestante (suo  padre commerciava in tessuti, lui stesso  ragioniere, iniziò  la sua passione per i manifesti all’età di diciotto  anni, quando a Venezia, in un giorno  d’inverno (e Venezia può essere molto  triste d’inverno), il suo umore cambiò alla vista del  manifesto  di  Giovanni Maria  Mataloni  per il Brevetto  Auer Incandescenza a Gas

manifesti
Giovanni Mataloni – Brevetto Auer Incandescenza a gas (1895)

Esistono due tipi di  collezionisti: quelli  che custodiscono  gelosamente gli oggetti della propria raccolta e non la mostrano  a nessuno se non a pochi intimi e quelli  che, al  contrario, provano  il piacere nel  condividere la propria passione e Fernando  Salce senza ombra di  dubbio  apparteneva a questa seconda categoria di  collezionisti.

Infatti lui accoglieva nella sua casa chiunque fosse interessato  all’arte grafica dei manifesti (in maniera gratuita e, si  dice, offrendo a gli ospiti bevande contro  la calura estiva).

La nuova casa per la Collezione Salce

Venticinquemila manifesti, raccolti in più di  cinquant’anni, dopo il lascito  di  Fernando  Salce ( e un’opportuna catalogazione) hanno trovato una sede definitiva nell’ex chiesa dedicata a santa Margherita in Treviso.

 

AVVISO
La nuova sede del museo presso l’ ex- chiesa di santa Margherita verrà aperta al pubblico alla fine del mese di marzo di quest’anno. In occasione dell’apertura sarà possibile visitare la mostra dedicata all’illustratore Renato Casaro. Per informazioni: [email protected]

Nel frattempo sul  sito della Collezione Salce è possibile la visione dei manifesti della raccolta (in basso  tre esempi)

Il libro in anteprima 

Una volta la pubblicità era arte. Prima che la radio e la televisione diventassero i mezzi principali per gli inserzionisti nella metà del XX secolo i manifesti dominavano il panorama pubblicitario in tutto il mondo. Bellissimi poster dipinti a mano sono stati creati da alcuni degli artisti più importanti del mondo: uomini come Alphonse Mucha e Jules Chéret hanno prodotto in serie migliaia di poster colorati, invitando i consumatori ad acquistare un’ampia varietà di beni e servizi, partecipare a eventi speciali o viaggiare in luoghi esotici.

La litografia, il processo di stampa che ha reso possibile la produzione in serie di poster, è stata inventata nel 1798, ma è stato solo nel 1880 che il processo è stato finalmente in grado di produrre poster in modo affidabile in modo rapido ed economico. Questa svolta è stata dovuta a un processo innovativo creato da Jules Chèret  che ha permesso agli artisti di ottenere tutti i colori dell’arcobaleno. Gli artisti furono improvvisamente in grado di utilizzare la loro superba abilità artistica e la loro straordinaria maestria per creare, in maniera economica,  splendide opere d’arte su manifesti di carta facendo  nascere, quindi, una nuova forma d’arte, quella grafica delle affiche.

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Shinrin – yoku ovvero la terapia per la mente

Shinrin -yoku

C’è il giorno  e c’è la notte, fratello mio, due dolci  cose;

ci  sono il sole, la luna e le stelle, fratello, tutte dolci  cose;

e c’è anche il vento  sull’erica.

La vita è così dolce, fratello, chi  mai vorrebbe morire?

Tratto  dal  romanzo Lavengro  di  George Borrow (1851)

Shinrin –  yoku contro  ansia e depressione

La risposta alla domanda di  George Borrow è che nessuno vorrebbe morire ma, essendo l’eternità  cosa da dei, è giusto vivere nella maniera più dolce possibile.

 Non sempre, però, questo  è possibile sia per vicissitudini  personali oppure per situazioni complessive come la pandemia insegna: ed è proprio in queste situazioni  che ansia e depressione diventano  le fastidiose compagne di ogni  giorno.

Tralasciando  i  casi più gravi di  depressione dove l’intervento farmacologico è indispensable (insieme a un qualificato  supporto psicologico) si è visto che il contatto con ambienti  naturali, cioè lunghe passeggiate nei  boschi, giovano sia alla salute mentale che a quella fisica.

I primi  ad accorgersene  furono  gli scienziati  giapponesi  i quali  codificarono i benefici nella terapia che va sotto il nome di  Shinrin – yoku ( 森林浴 in lingua giapponese che tradotto  in italiano da il significato  di  bagno  nella foresta).

Il termine Shinrin – yoku fu  utilizzato  nel 1982 dal Ministero delle Foreste giapponese durante una campagna rivolta alla sanità pubblica e nell’ambito della medicina naturale diffusasi in Giappone a cominciare dagli  anni Ottanta.

In cosa consiste lo Shinrin – yoku?

L’ambiente naturale che ci  viene incontro offrendoci degli odori  quali  quello  del  legno  degli  alberi e della vegetazione, i suoni come lo scorrere di un ruscello e l’immagine complessiva del paesaggio  che ci  circonda, fanno si che si instauri in noi una sensazione di  totale rilassamento con conseguente riduzione dello  stress (tradotto in una riduzione del  cortisolo o ormone dello  stress) .

Poi, da un punto di  vista prettamente fisiologico, la terapia forestale stimola la produzione delle cellule NK (Natural Killer), primissima linea  del  sistema immunitario  per la soppressione delle cellule cancerogene e ciò sembra dovuto ai terpeni contenuti negli oli essenziali  che le piante rilasciano per difendersi  dall’attacco di  parassiti  e insetti.

La terapia forestale in Italia

Il territorio italiano per il 35 per cento  viene classificato  come montano mentre il 42 per cento come collinare, l’estensione forestale a oggi  corrisponde al 40 per cento dell’intero  territorio  nazionale (corrispondente a più di 11 milioni  di  ettari).

Le foreste sono importanti come fornitrici  di  materie prime rinnovabili, per la tutela idrogeologica ( l’Italia ne ha tanto  bisogno), per l’ossigenazione dell’aria e, naturalmente, per la conservazione e lo sviluppo  della biodiversità.

Se già da tempo questo modello lega la tutela ambientale con lo sviluppo economico, è da poco che si  guarda alla terapia forestale (se volete potete ancora chiamarla Shinrin – yoku) come possibile cura al  disagio mentale e incremento delle difese immunitarie.

Il Consiglio Nazionale per la Ricerca (CNR), in collaborazione con il Club Alpino  Italiano (CAI) ha condotto una ricerca nella quale duecento  volontari  (di  età compresa fra i 18 e 79 anni e con tutte le precauzioni  anti -Covid) hanno percorso per alcune ore facili  sentieri  nei  boschi  dell’Emila Romagna, Toscana e Trentino.

Al  termine di  queste escursioni, svolte in più giorni,   ai  partecipanti  è stato  consegnato un questionario in cui dovevano  esprimersi su una valutazione dei propri  livelli  d’ansia, depressione, difficolta nella  concentrazione e stress.

 In una fase successiva a queste semplici  escursioni  si  è aggiunta la presenza di psicoterapeuti che, a intervalli precisi durante l’escursione, hanno insegnato  ai partecipanti tecniche di  meditazione e consapevolezza dell’interazione tra i sensi e l’ambiente circostante.

Quanto  sopra scritto è semplicemente a titolo informativo, mentre per una maggiore visione dell’argomento  vi rimando alla guida Terapia forestale (visibile nel  box seguente) nata dalla collaborazione tra CAI e CNR liberamente scaricabile da questa pagina

terapia forestale

Il libro in anteprima

Il termine Shinrin-yoku, ovvero bagno di foresta, coniato in Giappone negli anni Ottanta dal direttore dell’ente forestale nipponico, fa riferimento all’immergersi nella natura con i cinque sensi.

Il bosco, la selva, sono uno stato della coscienza: la condizione in cui ogni desiderio fluisce senza sforzo verso il proprio compimento.

Lo Shinrin-yoku oggi è sempre più conosciuto e apprezzato come terapia preventiva. L’immersione nella natura ha effetti terapeutici comprovati anche scientificamente: è in grado di ridurre le concentrazioni dell’ormone dello stress nel corpo, di rinforzare il sistema immunitario, di regolare la pressione arteriosa e il battito cardiaco, di abbassare il colesterolo.

Lo Shinrin-yoku è un’avventura di profonda comunione con la natura. Si pratica in molti modi, ma quello più tradizionale è la passeggiata e la meditazione nel bosco o nella foresta.

L’immersione nella natura, quindi, può guarire le nostre difficoltà, perché la foresta ci conosce da sempre e nutre la nostra creatività, ed è provato che la creatività è la dote più utile all’uomo per la sua realizzazione nel mondo del lavoro e del denaro, assai più efficace del mero quoziente intellettivo o di altre doti logiche.

In questo libro vi sono le chiavi pratiche della relazione con la foresta che dona creatività. La foresta è un invito ad agire, perciò il modo migliore per comprendere quanto è esposto in questo libro è quello di mettere in pratica i rituali di immersione che esso descrive.

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Rosalyn Yalow: da segretaria a premio Nobel

Rosalyn

Le donne devono  fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini per essere giudicate brave la metà.

Per fortuna non è difficile.

Charlotte Elizabeth Whitton

Il Premio Nobel di Rosalyn Sussman Yalow 

Rosalyn
Rosalyn Sussman Yalow

Nel 1977 mentre la RAI ufficialmente manda in pensione Carosello e negli  Stati Uniti Jimmy Carter diventa il 39° presidente della nazione americana, la nostra Rosalyn Sussman Yalow vince il premio Nobel per la medicina per il suo  lavoro  sul  dosaggio radioimmunologico degli ormoni proteici: tale scoperta ha impedito  nel  tempo che disfunzioni presenti alla nascita nella tiroide di alcuni  soggetti potevano essere curati  con terapia ormonale evitando, quindi, la patologia che va sotto il nome di  cretinismo.

Cretinismo
Il cretinismo o sindrome da deficit congenito di iodio è una patologia in cui vi è deficienza mentale e fisica permanente ed è causata solitamente da ipotiroidismo, cioè dalla carenza di ormoni provocata da un malfunzionamento congenito della ghiandola tiroidea o dell’ipofisi (cretinismo congenito) la quale può essere addirittura assente nel feto o nei primi mesi dalla nascita, oppure essere presente in forma rudimentale e incapace di produrre Tiroxina, Triiodotironina o somatotropina.

Può manifestarsi anche in epoca successiva alla nascita, sempre per grave mancanza di iodio nella dieta alimentare abituale (cretinismo endemico) o se la tiroide è malata o è stata rimossa chirurgicamente. Per la carenza di ormoni nello stato embrionale avviene una crescita irregolare delle fibre nervose che si collegano in modo irregolare all’interno del cervello causando danni irreversibili quali sordomutismo, nanismo, irregolare crescita delle ossa e delle articolazioni. Solo in rari casi il cretinismo si sviluppa per ereditarietà genetica e, in questo caso, si parla di cretinismo familiare.

Tratto da Wikipedia

  La biografia in poche parole

Rosalyn nasce il 19 luglio 1921 nel  quartiere del  Bronx a New York in una famiglia di origine ebrea.

Dopo il liceo frequenta l’Hunter College  nell’East Side di  Manhattan (università pubblica tutt’ora di  chiara fama)  dove sua madre Clara sperava che lei  diventasse insegnante e invece, intestardendosi contro il volere materno, Rosalyn indirizza i  suoi  studi  verso  la fisica.

In un mondo dove la donna poteva aspirare solo  a determinati  ruoli, diventando  tutt’al più insegnante, i suoi docenti le dissero  subito  che la sua aspirazione di  diventare una scienziata non avrebbe avuto nessuna speranza e che, quindi, per mantenersi  poteva solo diventare la segretaria di uno  scienziato.

Con molto pragmatismo lei  accettò il suggerimento  (in qualche maniera doveva pagarsi  gli  studi) e si  fece assumere come segretaria dattilografa part – time dal  biochimico Rudolf Schoenheimer e, in seguito, divenne anche la segretaria di un  altro  biochimico, Michael Heidelberger, che molto  carinamente le disse di  orientare i suoi  studi verso  la stenografia….

Nonostante tutto  si  laurea all’Hunter College nel gennaio  del 1941.

Appena un mese dopo essersi  laureata le venne offerto  un posto come assistente all’insegnamento nel Dipartimento di  Fisica dell’Università dell’Illinois.

Questo impiego  la mise subito a confronto  con quel mondo  accademico  maschile che controllava le opportunità di  formazione e promozione professionale inoltre, quando entrò a far parte del  corpo docente nel  settembre del 1941, lei  era l’unica donna fra 400 professori e assistenti  didattici (la prima dal 1917).

Eppure il suo  talento riuscì a conquistare il rispetto dei  colleghi  maschi  e il loro  incoraggiamento ad andare avanti.

Rosalyn e il femminismo

Sposata e madre di  due figli considerava i  ruoli  tradizionali di una donna (madre e moglie devota) come priorità e per questo non divenne mai  sostenitrici delle organizzazioni femminili nate per la protezione delle donne nel  lavoro.

Anzi si  spinse a dichiarare:

Mi da fastidio che ora ci  siano  organizzazioni per le donne nel  campo  della scienza, il che significa che pensano di  dover essere trattate in modo diverso  dagli uomini.

Non approvo⌋  

Questo suo modo di  pensare non le impedì di  aiutare altre giovani  donne se vedeva in loro un potenziale per diventare delle vere scienziate.

Rosalyn Sussman Yalow è morta a New York il 30 maggio  2011

Il libro in anteprima 

Massimo di  Terlizzi nel  suo  libro  Donne da Nobel offre la biografia di  quarantotto  donne che hanno  dedicato  la propria vita allo  studio e alla scienza.

Quarantotto donne.

Quarantotto storie di vite incredibili, una diversa dall’altra, legate da un unico filo conduttore. Questo libro vuole rendere omaggio a tutte coloro che con le loro scoperte rivoluzionarie e il loro operato hanno cambiato per sempre la storia dell’umanità e che per questo sono state insignite dell’onorificenza più prestigiosa, il premio Nobel.

Scorrendo le biografie si ha la percezione di quanto sia cambiata la società dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi, anche dal punto di vista dell’emancipazione femminile. Si comprende quanto sia stato complicato per le nate a inizio del ’900 avere accesso a un’istruzione superiore ed essere considerate dai colleghi maschi. Molte hanno dovuto lottare duramente per affermarsi e far conoscere il loro talento, a dispetto anche della famiglia, che le voleva esclusivamente mogli e madri.

Ma credevano in se stesse, avevano un sogno che le portava a superare qualsiasi difficoltà, con un’incrollabile determinazione.

Queste donne dimostrano che con la perseveranza e l’apertura verso gli altri si può arrivare dove si desidera e che, come insegnava la grande Rita Levi Montalcini (Nobel per la Medicina), la chiave dell’esistenza umana non è l’amore, bensì la curiosità

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥