Bauhaus, una donna e un libro

Bauhaus

Architetti, scultori, pittori, tutti noi  dobbiamo tornare ai mestieri! L’arte non è una professione.

Non c’è alcuna differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. L’artista è un artigiano  esaltato.

Il cielo  misericordioso, nei rari  momenti  d’ispirazione e al  di là della volontà dell’uomo, può far sbocciare l’opera d’arte.

Ma la competenza è il mestiere essenziale per ogni  artista. Questa è la fonte originale dell’immaginazione creativa.

 Walter Gropius dal  Manifesto Bauhaus (aprile 1919)

Bauhaus: una storia in poche parole (partendo  da una sedia) 

Bauhaus
Sedia  Cesca (precedentemente chiamata B 32)

 Nell’immagine la sedia  progettata da Marcel Breuer nel 1928: Cesca  (il nome  Cesca  deriva dal diminutivo  di  Francesca, la figlia adottiva di Breuer).

La sedia Cesca , tuttora prodotta dalla casa di  arredamento tedesca  Thonet,  è uno dei prodotti  di  design usciti dalla più famosa scuola di  architettura del ‘900: la Staatliches Bauhaus.

Bauhaus
Walter Gropius

 Nel 1919 fu Walter Gropius l’artefice per la  nascita della Staatliches Bauhaus, il  suo interesse era quello  di  creare un’istituto  diverso  dalle altre scuole d’arte applicata dove la collaborazione tra allievi  e maestri  doveva essere totale.

Il concetto era espresso anche nella scelta del  nome Bauhaus che, rifacendosi  a quello di  Bauhütten cioè i cantieri  medievali (qualcuno fa riferimento  anche alla Loggia dei  muratori e quindi  alla massoneria), ne esprimeva in pieno  l’ideologia.

Già tre anni prima, nel 1916, Gropius propose al  Ministero  di  Stato del  Granducato  di  Sassonia (che divenne lo  stato  di Sassonia – Weimar – Eisenach dal 1918 al 1920) la proposta per l’Istituzione di una scuola che fosse anche centro di  consulenza artistica per l’industria, il commercio  e l’artigianato.

L’anno  seguente Fritz Mackensen, direttore dell’Istituto  superiore di Belle Arti  del Granducato, inviò al  Ministero il verbale con le proposte di   riforma della scuola: bisognerà aspettare ancora due anni, e cioè il 1919, per arrivare a una soluzione di  compromesso in cui  l’istituto  statale del Bauhaus sarebbe sorto  dalla fusione di  quello  che era ormai l’ex Istituto  superiore di  belle arti e quello della Scuola d’arte applicata, in più si sarebbe aggiunto ad essa una sezione dedicata all’architettura.

La Bauhaus vivrà fino  al 1933 quando il regime nazista ne decreta la fine.

Tra i  suoi  insegnanti figuravano  personaggi  del  calibro  di Paul Klee e Wassily Kandinsky.

Bauhaus: la cronologia
1919 A Weimar nasce la Bauhaus. Walter Gropius ne scriverà il manifesto con l’intento di unire teoria e pratica in tutte le discipline del costruire. 1925 Un cambio di sede porterà la Bauhaus a Dessau. 1928 Hannes Meyer assume la direzione della scuola, ma la sua ideologia filocomunista lo pone in contrasto con molti professori e, in seguito, verrà dimissionato dal sindaco di Dessau. 1930 In questo periodo la scuola è sotto la direzione di Ludwig Mies van der Rohe che, eliminando le istanze sociali della Bauhaus, ne valorizza i brevetti e la collaborazione con le aziende. 1932 Il nazismo chiede alla scuola di licenziare i docenti stranieri. Per decisione di Mies van der Rohe la scuola riapre come istituzione privata a Berlino. 1933 per non soccombere al nazismo i docenti all’unanimità decidono di chiudere la scuola

Davvero  ci  siamo dimenticati  di Ise Frank? 

Quando  Walter Gropius scrisse il manifesto  della Bauhaus inserì questa nota:

La scuola sarebbe stato un luogo  aperto a qualsiasi  persona di  buona reputazione, indipendentemente dall’età e dal  sesso, quindi uno  spazio dove non ci  sarebbero  state differenze tra uomini  e donne.

Parole decisamente intrise di progressismo  che, però, erano in contrasto  con la realtà dei  fatti: anche se all’inizio dell’apertura della Bauhaus le donne iscritte ai  corsi  erano in numero  maggiore rispetto a quello  degli uomini, le donne  venivano  considerate non abbastanza qualificate sia fisicamente che geneticamente per poter accedere ad arti  come, ad esempio l’architettura, considerate appannaggio dell’uomo piuttosto  che della donna.

Naturalmente questa contraddizione è tipica del contesto  sociale di quegli  anni ( per certi  aspetti ancora oggi  si  assiste a delle vistose diseguaglianze tra donne e uomini in campo  lavorativo) e solo  alcune allieve, con il tempo, riuscirono  a imporsi in quei settori esclusivamente maschili, tra loro  Marianne Brandt che divenne una dei  maggiori designer industriali  della Germania degli  anni ’30 e Anni  Albers la quale emigrò negli  Stati Uniti dopo il 1933 diventando  anche lei  una designer molto ricercata.

Ma c’è una donna molto importante nella vita della Bauhaus e, soprattutto, in quella del  suo  fondatore: Ise Frank,  moglie  di Walter Gropius.

Ise Frank nasce a Wiesbaden in Germania il 1 marzo 1897 da una famiglia piuttosto  agiata ( il  padre Georg Frank era consigliere del  governo  prussiano); dopo  gli studi  classici,  a ventisei  anni, si  trasferisce a Monaco  dove diventa prima libraia e poi giornalista per un piccolo  editore, impiego che l’aiuta non poco a essere una donna libera ed emancipata.

Era destinata a diventare la moglie di  suo  cugino Hermann, un uomo che se pur la rispettava nelle sue scelte non riusciva colmare quel  senso  di  solitudine interiore nella vita di  Ise.

Sennonché tutto  cambiò quando nel luglio  del 1921 la sua amica Lise l’invitò a una conferenza di  architettura al Politecnico di  Hannover dove, per l’appunto, il conferenziere era Walter Gropius che, in quell’occasione, esponeva il suo  progetto della Bauhaus, cioè quello  di una scuola rivoluzionaria rispetto  ai  canoni dell’architettura di allora.

Si può dire che Ise Frank  venne colpita da un duplice colpo  di  fulmine: quello riguardante l’aspetto  futuristico e rivoluzionario  della Bauhaus ma, soprattutto, l’aspetto e l’aurea di  ribelle di  quell’uomo.

Bauhaus
Walter Gropius e Ise Frank

A questo punto  tralascio  il gossip (e relativo  BLABLABLA facilmente reperibile in rete)  che seguì a quel primo  loro  incontro   per arrivare all’ottobre dello  stesso  anno quando i due convolarono  a nozze.

Anche Wikipedia si è dimenticata di Ise Frank
Quella che dai più viene consioderata l’Enciclopedia per eccellenza in rete, ha delle volte alcune lacune incomprensibili. A esempio, nella voce dedicata a Walter Gropius si accenna alla sua prima moglie, ma non c’è un rigo dedicato a Ise Frank: << Proveniente da una famiglia di architetti (era pronipote dell’architetto Martin Gropius), studia architettura a Monaco (1903) e a Berlino (1905-1907). Nel 1915, durante una licenza militare dal fronte, sposa Alma Mahler Schindler, vedova del musicista Gustav Mahler. Insieme i due ebbero una prima figlia, alla quale diedero il nome di Manon; affetta da poliomielite, morì nel 1935 a soli diciotto anni. Un secondo figlio, Carl Martin, nacque pure gravemente malato e morì a dieci mesi di vita. I due divorziarono nel 1920>>.

Perché Ise Frank  era tanto importante per la Bauhaus? 

Intanto tutti  gli articoli o comunicati  della Scuola erano  opera di  Ise (non per nulla era una giornalista) tanto  da essere poi  definita la signora Bauhaus, o per meglio  dire l’anima di quel progetto  riformista: in effetti lei, sposando  Gropius, ne aveva sposato anche la completa ideologia dietro  al progetto  Bauhaus e cioè la ricerca di  una società più libera e democratica.

 La sua opera non si limitava solo  agli  scritti tanto  che, nella casa costruita dai  coniugi Gropius a Dessau nel 1924, lei insieme a Bruno Taut sperimentò quelle soluzioni ergonomiche di una casa progettata per una donna moderna ed emancipata, le stesse  riportate nel libro di  Taut La nuova abitazione: la donna come creatrice.

Nel 1927, con l’incalzare del  regime nazista ostile alle avanguardie culturali, Ise Frank si  rese conto dei rischi che la Bauhaus, il corpo  docenti e gli  studenti  stessi, correvano: con l’amica fotografa di origine statunitense  Irene Hecth (e con agganci internazionali tra Parigi  e New York) preparò un piano  di  fuga verso  gli  Stati Uniti.

Nel 1969 Walter Gropius muore.

Quattordici  anni  dopo, il 9 giugno 1983 a Lexington nel  Massachusetts, si spegne Ise Frank, aveva ottantasei  anni.

Il libro in anteprima

Jana Revedin, architetta e urbanista tedesca docente presso l’École spècial d’architecture di  Parigi (precedentemente anche presso il Politecnico  di  Milano e l’Università Iuav di  Venezia) dopo un’accurata ricerca ha scritto in forma romanzata la vita di Ise Frank nonché la storia della Germania da Weimar al  nazismo nel  libro La signora Bauhaus

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lì su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.

Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore della Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.

Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.

Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di Signora Bauhaus.

Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo alla Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.

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Cronobiologia per gufi e allodole (ma non solo)

cronobiologia

La cronobiologia, dal greco χρόνος chrónos (tempo) e da biologia (studio della vita), è una branca della biologia che studia i fenomeni periodici (ciclici) negli organismi viventi e il loro adattamento ai relativi ritmi solare e lunare.

Questi cicli sono noti come ritmi biologici.

Definizione tratta da Wikipedia⌋ 

Siete allodole o  gufi?

Premesso  che tutti  gli  studi scientifici  portano  alla conclusione che dormire otto ore è salutare sia  per l’organismo che  la mente, voi  vi  considerate fra le persone che adorano  essere mattiniere (le cosiddette allodole) oppure quelle per cui le ore della notte vanno vissute piuttosto  che dormire (allora appartenente alla categoria dei  gufi o  dei vampiri, fate un po’ voi).

Se non siete sicure di  dove collocarvi fra allodole e gufe niente paura: esiste il MEQ (morningness – eveningness questionnaire) e cioè un questionario  scientificamente validato per poterlo  scoprire (potete scaricarlo  da questa pagina)

MEQ-SA-IT

 

Per quanto  riguarda il comportamento  morale, e sempre secondo  gli  scienziati, sembra che le allodole abbiano la predisposizione a mentire e tradire di più verso sera mentre,  al contrario, gufi  e gufe preferiscono  l’inizio  di  giornata per farlo.

In ogni  caso gufi  e allodole sono  solo gli  estremi di un’identità circadiana che può variare per diversi fattori tra i  quali l’età, esigenze lavorative (sveglia all’alba o  turni  di notte)  e  quella di portare a spasso  il cane, perché  al quadrupede   se scappa la pipì non gli interessa se siete gufe o  allodole o una via di  mezzo.

Il nostro orologio biologico 

cronobiologia

 In questa simpatica immagine la zona in rosso indica la posizione dell’ipotalamo, struttura del  sistema centrale nervoso  molto importante per quello  che viene considerato il nostro orologio  biologico interno.

Nell’ipotalamo è presente il nucleo  soprachiasmatico composto  da 20.000 geni i quali  esprimono la relazione tra quantità di luce e funzioni fisiologiche del nostro organismo: quindi, il nucleo  soprachiasmatico, adattando  la sua attività alle variazioni di luminosità, interagisce con le altre aree del  cervello come se fosse una centralina di  comando.

Per quanto  riguarda l’esposizione quotidiana alla luce solare, oltre che incrementare la produzione di vitamina D, ha un altra funzione fisiologica fondamentale e cioè il rilascio  di  dopamina, importante neurotrasmettitore coinvolto in molteplici  attività tra le quali la regolazione  del  sonno, i meccanismi del piacere e quelli  del movimento e le facoltà cognitive e di  attenzione.

Eppure, nonostante la scienza abbia pensato per anni che le variazioni  fisiologiche del nostro organismo  dipendessero  unicamente dall’alternarsi del  ciclo  giorno – notte, già nel 1729 lo  scienziato  francese Jean Jacques Dortous de Mairan, osservando l’aprirsi  e il chiudersi  delle foglie della mimosa pudica nelle 24 ore anche in condizione di  buio  assoluto, intuì l’esistenza di un ciclo  vitale endogeno presente in ogni specie, essere umano  compreso.

Infatti, studi  condotti  negli  anni ’80 del  secolo  scorso  su soggetti volontari  in isolamento  in una  grotta, dimostrarono l’esistenza di questo  ritmo  endogeno del nostro  organismo  funzionante senza sincronizzarsi con il ciclo  giorno – buio e per di più con una durata all’incirca di 25 ore..

Attenzione, però: questo orologio interno è molto  sensibile, per cui una sua desincronizzazione può dipendere anche dalle nostre attività.

Ad esempio l’esposizione alla luce nel  corso  della notte (specie quella emessa dagli  schermi dei nostri  device) altera la biosintesi  della melatonina, ormone fondamentale nel  funzionamento dei ritmi  circadiani. 

La nascita della moderna cronobiologia risale a una ventina di  anni prima, nel 1960, presso il Cold Spring Harbor Laboratory  di  New York più di  centocinquanta studiosi si  riunirono  per definire le basi scientifiche legate ai  ritmi biologici.

Nel 2017 il Karolinska Institut ha assegnato il premio  Nobel  per la medicina a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per le loro  scoperte sui  meccanismi molecolari  che controllano  il ritmo  circadiano.

La cronobiologia nella Medicina Tradizionale Cinese

In questo mio  articolo sulla cronobiologia (articolo  a solo  scopo informativo e non esaustivo  dell’argomento) non potevo  tralasciare quello  che la Medicina Tradizionale Cinese dice sulla cronobiologia e cioè il riferimento al  flusso  di  energia (Qi) all’interno  dei 12 canali principali (i Meridiani) presenti  nel  corpo  umano durante l’arco  della giornata.

Nella MTC ogni  meridiano è collegato  a due ore della giornata, per cui  avremo 12 meridiani in un ciclo  bi orario legato  a organi e visceri.

Il flusso  di  energia non è costante nella giornata, ma ha un suo  minimo e massimo per ogni organo  o viscere (vedi l’immagine seguente)

cronobiologia

Il libro in anteprima

Vivere in sintonia con il proprio orologio biologico

È certamente esperienza comune che esistono momenti della giornata in cui ognuno di noi si sente più o meno in forma nelle proprie attività quotidiane: concentrazione, attenzione, studio, memoria, lavoro, attività fisica, sportiva, sonno e così via.

Qualcuno di noi preferisce le ore del mattino, dove è già fresco e pimpante, mentre la sera crolla presto; qualcun altro invece ama la notte e non andrebbe mai a letto, ma il risveglio mattutino è un vero dramma… Ma quanti sanno che tutto questo ha solidissime basi scientifiche, che l’attività ritmica di ogni cellula di ogni organismo vivente è scritta nel DNA dei nostri geni, e che la rotazione della Terra sul suo asse, con la conseguente alternanza di luce e buio, rappresenta il regolatore del nostro cervello?

È come se avessimo un vero e proprio orologio, e anche di gran marca e super preciso, che scandisce ogni momento della nostra vita. Solo che questo orologio non lo portiamo al polso, ma si trova nel nostro cervello.

Un affascinante viaggio nel mondo dei ritmi biologici e della cronobiologia accompagnati per mano da Roberto  Manfredini, professore ordinario  di  Medicina Interna presso l’Università degli  Studi  di Ferrara e uno  dei  massimi  esperti italiani  di  cronobiologia⌋ 

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Val Ponci: un’escursione nella storia

Val Ponci

Camminare è una costellazione formata da tre stelle: il corpo, la fantasia e il mondo  aperto

Rebecca Solnit

Val Ponci e i ponti  romani  della  via Julia Augusta

L’itinerario  escursionistico  che vi propongo in questo  articolo oltre che essere una salutare immersione nell’ambiente naturale del Finalese, è anche l’occasione per visitare manufatti  archeologici (i ponti  romani  per l’appunto) e ancora più antichi  come l’Arma delle Manie dove la presenza umana è testimoniata da reperti risalenti  a 70.000 anni fa, assegnate alla cultura dell’Uomo di  Neanderthal,  oggi  visibili  nel Museo  Archeologico  del  Finale a Finalborgo  e nel  Museo Civico  di  Archeologia Ligure a Villa  Durazzo – Pallavicini a Genova Pegli.

La via Julia Augusta fu  costruita per volere dell’imperatore Augusto subito  dopo  la fine delle guerre dei romani contro le tribù  liguri (14 a.C.).

La via partiva, secondo l’attestazione delle pietre miliari, dal  fiume Trebbia presso  Piacenza (qui  si  collegava con la via Emilia) seguendo  fino  a Tortona il percorso  della via Postumia e, una volta abbandonato il percorso  di  quest’ultima via, raggiungeva la costa ligure su  di un nuovo  tracciato.

Un tratto della via Julia Augusta (quello  che interessa il nostro  itinerario) passa per la Val  Ponci dove sono  osservabili i  ponti di  epoca romana  o quello  che rimane di  essi…..Buon cammino

L’itinerario

Val Ponci
Lunghezza del percorso 12 chilometri circa

Il percorso inizia dall’altopiano  delle Manie (raggiungibile sia da Noli oppure da Finale Ligure) dove parcheggeremo di  fronte al  ristorante Ferrin.

Al  lato  del parcheggio  seguiamo  il cartello  che indica la direzione verso l’Osteria del  Bosco  e la chiesa di  san Giacomo (vi  ricordo  che lungo  tutto il percorso non vi  sono  fonti per l’acqua).

Arrivati presso il nucleo di  case dell’Arma delle Manie è consigliabile una piccola sosta per visitare la grotta sotto il ristorante.

Come ho scritto in precedenza, gli  scavi  archeologici condotti dall’inizio degli  anni Sessanta hanno  evidenziato come la grotta, una delle più grandi presenti  nel  Finalese,  fu abitata in epoca preistorica.

Con il passare dei  secoli essa venne adibita a stalla e frantoio  da parte dei  contadini  presenti in zona: i reperti di  quel periodo  sono osservabili  al  suo interno (le immagini  possono  essere ingrandite con un semplice click)

Dopodiché, ritornando  verso la chiesa di  san Giacomo, seguendo il segnavia con due quadrati  rossi, scendiamo  nella boscosa Val Ponci arrivando  al primo  dei ponti romani e cioè quello detto  delle Voze o Ponte Muto

Val Ponci
In cammino….

Ponte Muto
Detto anche delle Voze dal nome dell’omonimo affluente del rio Ponci, è caratterizzato da una muratura a secco, con un nucleo di calcestruzzo rivestito di piccoli blocchetti regolari di Pietra di Finale
Val Ponci
Ponte Muto

Continuando  nel  nostro  cammino incontriamo  quelli  che sono i resti  del  secondo  ponte e cioè il Ponte Sordo (non chiedetemi il perché di  questi nomi…)

Ponte Sordo
Di questo ponte è oggi visibile solo una porzione della rampa di accesso, caratterizzato da una tecnica muraria e di una monumentalità che fanno ipotizzare l’aspetto analogo al vicino Ponte delle Fate. Il paramento è del tipo petit appareil tipico dell’architettura gallo – ligure
Val Ponci
Ponte Sordo…i resti

Arriviamo  a un bivio  sulla nostra destra che tralasciamo per il momento (lo  riprenderemo in seguito) per inoltrarci verso il Ponte delle Fate (passeremo  accanto  all’agriturismo Val Ponci)

Ponte delle Fate
E’ costituito da un’unica arcata a tutto sesto che poggia su grossi blocchi squadrati di Pietra di Finale. I parapetti e i muri che delimitano le rampe di accesso del ponte sono rivestite con piccoli cubetti di pietra squadrati, disposti in filari regolari secondo la tecnica petit appareil
Val Ponci
Ponte delle Fate

Ormai  siamo alla fine di  questo  primo  tratto  del  sentiero, siamo nei pressi  di un parcheggio  con difronte la mole della Rocca di  Corno meta di appassionati  del  free – climbing (tra cui  l’amica Gabriella….ciao)

Rocca di Corno

Ritorniamo  sui  nostri passi (all’incirca mille e cioè un chilometro) per arriviamo  al  bivio  che abbiamo  tralasciato in precedenza: ora seguiremo  un segnavia contrassegnato  da un cerchio pieno  rosso che a breve ci  porterà alla Ca du Puncin e al Ponte dell’Acqua

Ca du Puncin
Ponte dell'Acqua
Il nome deriva da un piccolo edificio dell’acquedotto, per la costruzione del quale sono state utilizzate anche blocchetti di pietra provenienti dal ponte stesso. Prima di giungere sul ponte, un ripido sentiero risale il versante orientale conducendo in pochi minuti alle cosiddette Cave romane (in realtà di epoca incerta), area di estrazione della Pietra di Finale.

Risaliamo  ancora per la Val Ponci fino  all’ultimo ponte romano  e cioè quello  di Magnone, quasi interamente crollato di  cui  restano  solo una porzione del  muro  di contenimento della strada e una parte dell’arcata.

Si  arriva alla Colla di  Magnone (315 metri) con la piccola chiesa e panca per una sosta.

Da qui  proseguiamo in salita sulla destra su  asfalto (il segnavia è un cerchio barrato  rosso) che diventerà sterrata a un bivio  sulla sinistra.

Arrivati  a poca distanza dal  Bric dei  Monti incontreremo un altro  bivio, questa volta sulla nostra destra che, scendendo lungo un’ampia (e monotona) sterrata ci  condurrà in una zona prativa nei pressi  della Grotta dell’Andrassa (tabellone).

Successivamente, dopo  una piccola salita, si  arriva in una zona recintata: una deviazione sulla destra ci porterà sulla strada in asfalto  delle Manie.

Si  segue quest’ultima a destra e dopo  circa un chilometro  arriveremo  al punto  di  partenza.

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Fontanarossa, l’anello  di  Pian della Cavalla

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Eva: l’altra prima donna (del fumetto)

Eva

L’inferno  non è mai tanto  scatenato  quanto una donna offesa

William Congreve – La sposa in lutto

Eva dal  fumetto  al  cinema

….Sennonché Diabolik stava perdendo  per davvero  la testa, e non metaforicamente visto  che la stessa era in procinto  di essere staccata dal  resto  del  corpo  dalla lama della ghigliottina.

Ma come accade spesso (nella finzione, qualche volta anche nella realtà) l’amore di una donna salva l’eroe ( o antieroe, dipende dai  punti  di  vista) dalla morte certa: lo fa Eva Kant in L’arresto  di  Diabolik terza puntata della saga a fumetti della coppia criminale.

Non parlerò in questo articolo  di  Diabolik – ad attrarmi non è tanto  il personaggio quanto  della bravura dei  disegnatori chiamati  di  volta in volta a darne la forma nel  disegno, a partire dal  mitico Angelo  Zarcone* detto  il tedesco – quanto  piuttosto di  lei: Eva Kant 

*Il mistero di Angelo Zarcone
Di Angelo Zarcone si sa di certo che era italiano e che negli anni sessanta aveva all’incirca trent’anni. Veniva soprannominato il tedesco poiché si recava presso la redazione della casa editrice Astorina in compagnia di un bambino biondo avuto dalla relazione con una donna tedesca, ma, soprattutto, perché in estate si presentava vestito con un paio di bermuda e zoccoli con le calze (proprio come i più classici turisti teutonici) Angelo Zarcone lavorò alle tavole del primo numero di Diabolik scritto da Angela Giussani: consegnate le tavole all’Astorina, sparì senza lasciare nessun recapito. Nel 1982, in occasione del ventennale di Diabolik, le sorelle Giussani ingaggiarono il famoso investigatore privato Tom Ponzi per rintracciarlo, ma neanche lui ebbe successo. Nel 2019 venne realizzato il documentario diretto da Giancarlo Soldi, dal titolo Diabolik sono io, al cui interno si ipotizza sulla vita di Angelo Zarcone dopo la sua misteriosa scomparsa

A parte il film del 1967 diretto  da Steno Arriva Dorellik con Johnny Dorelli e Margaret  Lee, la prima Eva Kant in celluloide è stata l’attrice austriaca Marisa Mell nel Diabolik di Mario  Bava del 1968 (a interpretare il criminale in calzamaglia fu  chiamato il semi sconosciuto attore John Philip Law) mentre a Michel  Piccoli andò a ricoprire le vesti  dell’ispettore Ginko  con la colonna sonora composta da Ennio Morricone.

Dino De Laurentiis comprò i diritti  del  fumetto dalle sorelle Giussani per farne un film, il budget che mise a disposizione per la realizzazione del film fu  di  duecento milioni una somma considerevole per l’epoca.

A dirigere il film fu  chiamato Mario  Bava dopo  che il primo  regista Tonino Cervi  abbandonò la regia.

In Italia Diabolik venne snobbato  dal  critico  Tullio Kezich che lo  definì semplicemente stupido, mentre all’estero,specialmente in Francia, il film fu molto  apprezzato tanto  che il critico  cinematografico statunitense Roger Ebert lo  definì più bello  e divertente di  Barbarella.

Dopo cinquantadue anni  Diabolik ed Eva ritornano  al  cinema: a farsene carico dell’impresa sono i fratelli Manetti (Manetti Bros.) che hanno fatto  sfrecciare la Jaguar Type nera di  Diabolik (un’icona pari  all’Aston Martin di  James Bond) per le vie di  Bologna e altre città del nord Italia per ricostruire quelle della fantasiosa Clerville.

La sceneggiatura è basata proprio  sul terzo capitolo della storia di  Diabolik (L’arresto  di  Diabolik) quella dove, per l’appunto, entra prepotentemente in scena Eva che diventerà sua complice e amante e, nel contempo, ad addolcire quel  tanto  il carattere oscuro del  criminale.

Miriam Leone è Eva, mentre Diabolik ha il viso di Luca Marinelli, mentre lo  sfortunato  ispettore Ginko  (che mi ricorda molto  nella sfortuna Willie Coyote) è interpretato da Valerio  Mastandrea, secondo  me più credibile nel  ruolo  rispetto a quello che fu  di  Michel  Piccoli.

Di  seguito potete vedere i  trailer dei  due film ricordando che tra il primo  e quello di oggi  è trascorso più di  mezzo  secolo (l’articolo  continua dopo).

Eva e le sue mamme

Eva
Angela e Luciana Giussani in una foto negli anni sessanta

Sarebbe ingiusto  non scrivere nulla sulle due mamme di  Eva (e di  Diabolik) e cioè le sorelle Angela e Luciana Giussani.

Fu  Angela la maggiore delle sorelle ad avere l’idea di un personaggio quale Diabolik in aperta  rottura con la morale degli anni Sessanta: nel suo progetto il fumetto  doveva avere (tanto) sangue, sesso  e violenza.

Chi più di  lei poteva comprendere il magico mondo   dei  fumetti  essendo lei  stessa  proprietaria della casa editrice Astorina (fondata nel 1961): Diabolik, per meglio  dire il fumetto  di  Diabolik, poteva coinvolgere diverse tipologie di  lettori, dai più giovani  fino ai pendolari  annoiati nelle loro trasferte in treno.

Diabolik  arriverà alla sua tredicesima puntata quando  Angela decide di  proporre alla sorella Luciana di occuparsi insieme di Astorina e di  scrivere a quattro  mani le future avventure del  Re del  terrore.

Il 10 febbraio 1987 Angela muore a causa di un tumore all’età di 65 anni; Luciana prosegue nel  dirigere la casa editrice lasciando l’impegno nel 1992, continuando, però, a scrivere le avventure di  Diabolik: l’ultima sarà Vampiri  a Clerville (2000).

Luciana muore nel  marzo  del 2001 a 73 anni.

La storia di  Eva Kant

Come ho  già scritto  Eva Kant appare per la prima volta in L’arresto di Diabolik ma le sue origini  vengono  svelate in due successivi  racconti  e cioè Ricordi  del passato e Eva Kant quando  Diabolik non c’era.

Eva è la figlia illegittima di una povera ma bellissima donna di nome Caterina (il nome mi  ricorda quello  di una famosa blogger….) e di Lord Rodolfo Kant.

Quest’ultimo, per paura di uno  scandalo ma soprattutto di  suo  cugino Anthony Kant, nasconde la relazione con Caterina e la nascita della bambina.

Un giorno, però, Rodolfo in pegno del  suo  amore nei  riguardi di  Caterina, le porta in dono  Diamante Rosa ma, come in tutti  i feulitton di  rispetto, il cugino Anthony si  mette di mezzo e uccide i  genitori  di Eva e facendola rinchiudere in un orfanotrofio.

In seguito  Eva fugge via dalla sua prigione rifugiandosi in Sud Africa: qui, sotto  la copertura di  cantante di nightclub, inizia la carriera di  spia industriale finchè un giorno incontrando il cugino  di  suo  padre (che immagino  non la riconosce) lo fa innamorare per poi sposarsi  e acquisire legalmente il cognome Kant.

In Eva Kant quando  Diabolik non c’era l’episodio  in cui  lei  farà sbranare il marito  da una pantera…..⌋   

Il fumetto in anteprima

Due momenti fondamentali della saga di  Diabolik, in cui non solo appare per la prima volta la figura di Eva Kant, ma soprattutto già si delineano le caratteristiche di questo personaggio: il suo fascino, il suo passato turbolento, la sua capacità di affrontare situazioni drammatiche, il suo porsi alla pari con il Re del Terrore, amante, compagna e complice.

La prefazione è stata scritta da Concita de Gregorio

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