Dai funghi alle piante è tutto un mondo da leggere

Funghi

Siamo preoccupati che l’intelligenza artificiale ci  farà sentire inferiori?

Dovremmo invece avere un complesso  di inferiorità ogni  volta che guardiamo un fiore

Alan Curtis Kay

Vegetale non è sinonimo di… 

Lascio a voi completare la frase del  sottotitolo, ma sono  sicura che alla parola vegetale per la maggior parte di noi l’associazione è con un mondo inerte contrapposto  a quello  animale (esseri umani  compresi).

Nulla di  ciò è più sbagliato, ad esempio cosa succede in una pianta quando una singola foglia viene danneggiata?

funghi

Non vi  sembra che dietro  a questa risposta fisiologica vi  sia un comportamento intelligente?

Il problema è che quando  si parla di  comportamento intelligente subito  pensiamo a noi, tutt’al più possiamo estenderlo  anche a qualche specie animale (rimane sempre da chiedersi  se un batterio  o  un virus abbia una qualunque forma di intelligenza) escludendo, quindi, che vi  siano  altre forme di intelligenza come, appunto, quello riferibile alle piante.

Naturalmente le difese passive  o attive delle pante non si limitano a quelle illustrate nell’immagine precedente.

Nel  caso  dell’ortica è un cocktail micidiale di  sostanze urticanti a punire la distrazione di un’ incauta escursionista (la sottoscritta) che pensò bene di planare dopo  una scivolata in un cespuglio di Urtica dioica: serotonina, istamina, acetilcolina, acido  acetico, acido  butirrico, acido  formico  sono gli  elementi  racchiusi  in una struttura chimica non ancora del  tutto  chiara ai  botanici ma, comunque, dall’effetto pruriginoso  devastante.

Di  seguito l’anteprima del primo  dei  due libri  che presento in quest’articolo

Plant revolution di Stefano  Mancuso 

Stefano  Mancuso insegna arboricoltura  all’Università di  Firenze ed è direttore del  LINV  (International Laboratory of Plant Neurobiology).

I suoi  studi e le sue teorie sulla comunicazione nel mondo vegetale ha conquistato parte del mondo  scientifico ma, sopratutto, il pubblico  che lo segue leggendo i suoi  libri

piante

 

Una pianta non è un animale.

Sembra la quintessenza della banalità, ma è un’affermazione che nasconde un dato di fatto di cui sembriamo essere inconsapevoli: le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali. Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura.

E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali (e degli umani) e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica.

Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo, e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti come Jellyfish Barge può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo. Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi.

Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno di ispirarci al mondo vegetale.

I funghi

Sono due le cose che dovete evitare di propormi semmai  (mai) vorreste invitarmi  a cena: lo zafferano  e i  funghi.

Ho  scoperto  da poco  che questa mia avversione per i funghi  ha un nome, e cioè micofobia, nome creato ad hoc dai  coniugi Wasson

I coniugi Wasson tra riti di iniziazione e programmi della CIA
Robert Gordon Wasson e Valentina Pavlovna Guercken, durante le loro ricerche effettuate in Messico sull’uso dei funghi allucinogeni presso le culture native, furono i primi occidentali ad essere ammessi a un rito di iniziazione presso i Mazatechi. Più controverse fu la questione della partecipazione di Robert Wasson al programma di ricerca della CIA denominato MKUltra (dal tedesco Mind Kontrolle Ultra) effettuato tra i primi anni’ 50 e 60 del XX secolo. Lo scopo di tale programma era quello di identificare determinate droghe che, integrate a tecniche di tortura, inducessero la confessione da parte delle persone sottoposte a tale trattamento. Robert Wasson ha sempre dichiarato di aver partecipato a questo programma, ma che in effetti non ne era a conoscenza dello scopo  reale.

Questo non mi impedisce di  parlare dei  funghi che ancora oggi  vengono  considerati come piante ma che, in effetti, hanno una tassonomia non molto  definita.

La micologia va ben oltre la semplificazione tra funghi cattivi e quelli  buoni  da mangiare (mai  fidarsi  di  chi, pretendendo di essere un esperto, propone rimedi  tradizionali con esiti catastrofici), essa studia gli innumerevoli  ruoli  che i  funghi ricoprono  negli  ecosistemi, dalla simbiosi  con le radici delle piante aiutandole ad assorbire acqua e nutrienti, al trasporto  nel  terreno dei  batteri, nonché essere una specie di  collante per il terreno  stesso rendendolo, quindi, più resistente al dilavamento.

Ma la cosa più strabiliante nei  funghi, per meglio  dire quello  che riguarda il loro  micelio, è la comunicazione interna ad esso  che non è solo chimica,  ma che riguarda anche la trasmissione di impulsi nervosi ne più e ne meno come accade nel nostro cervello.

ALTRI  SCRITTI

Parlando  di  avvelenamento da funghi  ho scritto IN PASSATO  questo  breve articolo a riguardo  che troverete in questa pagina 

Merlin Sheldrake è un giovane biologo ed ecologista laureatosi  a Cambridge dove ha continuato  a studiare le reti  di  comunicazione dei  funghi  nella foresta di  Panama.

Nel  suo  libro L’ordine nascosto – la vita segreta dei  funghi descrive ciò che il mondo dei  funghi può insegnarci guardando la vita da un altro punto  di  vista.

funghi

Da sempre la nostra esistenza è legata a quella dei funghi.

Sono elementi essenziali del nostro microbioma, l’insieme dei microrganismi che pullulano nel nostro corpo e che contribuiscono al nostro benessere. Producono sostanze con cui ci curiamo (la penicillina) o con cui modifichiamo la nostra percezione della realtà, come l’alcol e la psilobicina, allucinogeno utilizzato da sempre per mettersi in contatto con mondi ulteriori.

Formano vaste reti sotterranee attraverso cui gli alberi si scambiano informazioni e allo stesso tempo la loro capacità di digerire roccia e legno crea il terreno in cui crescono le piante. Possono sopravvivere nello spazio e prosperare tra i rifiuti radioattivi. Il potere di degradare la plastica e il petrolio greggio viene sfruttato in tecnologie rivoluzionarie che potrebbero aiutarci nella crisi ecologica a cui andiamo incontro.

Nel suo viaggio alla scoperta del regno naturale meno conosciuto il micologo Merlin Sheldrake attinge ad anni di ricerche nelle foreste pluviali di Panama. Combinando storia naturale e nature writing il risultato è un’esplorazione che solleva domande fondamentali sull’origine della vita, di ciò che chiamiamo intelligenza e identità, e offre l’opportunità per osservare il mondo da un altro punto di vista, in cui l’essere umano è solo una delle specie a contribuire alla vita sulla Terra.

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

 

Fontanarossa, l’anello di Pian della Cavalla

Fontanarossa

Passo  dopo  passo, con pazienza, con fatica, seguire la nuda traccia di un sentiero.

Il mondo ridotto  al passo  successivo, e poi allargato all’intero  spazio  abbracciato dallo sguardo

Tratto  da Le antiche vie di Robert Macfarlane

L’anello di  Fontanarossa (i sentieri  della Liguria)

Fontanarossa ( info ) è una frazione di  Gorreto (Alta Val Trebbia) posta a 938 metri  di  altitudine ed è compresa nel territorio della città metropolitana di  Genova

Secondo  alcune fonti storiche (non confermate) qui  sarebbe nata la madre di  Cristoforo  Colombo, Susanna Fontanarossa (o  Susanna da Fontanarossa): nell’articolo Cristoforo  Colombo  e le sue nascite ho invece preso in esame le ipotesi  della nascita del navigatore in altri luoghi  anziché in quella storica di  Genova.

Fontanarossa si  raggiunge percorrendo la SS 45 Genova – Piacenza (attualmente interessata da lavori  stradali  per cui il traffico  è regolato  dai  semafori), tra Isola e Gorreto si lascia la statale per prendere la diramazione che sale al paese.

Lo sviluppo  dell’itinerario 

Fontanarossa

Lo sviluppo dell’anello  è pari  all’incirca 8 chilometri e trecento  metri per un totale di  quattro ore di  cammino (soste comprese, ma il dato  è soggettivo)

Si parte dalla piazza della chiesa di  Fontanarossa (dove non è possibile parcheggiare) prendendo una strada in salita verso  sinistra (seguendo  il segnavia contraddistinto  da un rettangolo  di  colore giallo)

Fontanarossa

La strada è brevemente asfaltata per poi  diventare sterrata e quindi un sentiero  che si inoltra (sempre in salita) in una faggeta: quasi  tutto l’anello  è ombreggiato, quindi percorribile anche con  temperature estive.

Fontanarossa

Dopo 950 metri sbuchiamo in cima a un’area di  sosta con una  fonte, da qui  proseguiremo  mantenendoci in piano  sulla nostra destra rientrando  nella faggeta.

Si sale ancora un po’ per arrivare alla prateria di Pian della Cavalla (da ammirare la fioritura dei  narcisi…nel periodo  adatto, ovviamente); deviando  dal percorso e seguendo  una traccia tra i prati  sulla sinistra,  arriveremo  alla cima del Monte della Cavalla (metri 1.328) nello  spartiacque tra il torrente Terenzone, che nasce dal  Monte Carmo per riversarsi  nel  Trebbia nei  pressi  di  Gorreto, e il Cassingheno.

Fontanarossa

Dopo  questa panoramica deviazione, ritorniamo  sui  nostri passi verso Pian della Cavalla continuando dritti  verso la faggeta (il segnavia da seguire è sempre il tratto  giallo).

Giungiamo  alla Costa del Fresco dove a una bivio un cartello ci indicherà la direzione per ritornare a Fontanarossa, mentre il sentiero  su  cui  ci  trovavamo continuerà in direzione di  Casa del  Romano.

Quest’ultimo  tratto  del percorso (in discesa) si  sviluppa nella Val Terenzone dapprima in faggeta e poi  nel  bosco  misto con esemplari di  maestosi  castagni.

Un chilometro  e mezzo, prima di  arrivare a Fontanarossa, un’altro  cartello  indica una deviazione a sinistra per raggiungere una fonte distante appena quindici  minuti (vi ricordo  che l’acqua che sgorga dalla fonte nel paese non è potabile).

 

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Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥

Vivian Maier, la riservatezza di una fotografa di strada

Vivian Maier

I soli  sono individui  strani

con il gusto  di  sentirsi soli  fuori  dagli  schemi

non si  sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori

nella folla di oggi i soli  sono i nuovi pionieri

 Parole tratte da I Soli di  Giorgio  Gaber

Vivian Maier la solitaria 

Vivian Maier
Il famoso autoritratto di Vivian Maier (New York, 18 ottobre 1953)

Penso  che le parole di  Giorgio  Gaber siano più che  adatte per descrivere il personaggio  Vivian Maier (New York, 01 febbraio 1926 – Oak Peak 21 aprile 2009)

Questo perché, conoscendo  ben poco  di lei, bisogna accontentarsi  di  quello che viene raccontato e cioè Vivian Maier era una donna solitaria che per vivere faceva il mestiere di  tata,  e che  questa solitudine non la impediva di fotografare (a loro insaputa) le persone incontrate per caso nelle sue uscite.

Le immagini, quindi venivano  archiviate e viste solo  da lei.

Sennonché il fato  volle che nel 2009   John Maloof,  ventiseienne agente immobiliare di  Chicago, si  aggiudicò  all’asta per appena 360 dollari  alcuni  scatoloni  rinvenuti in un magazzino pieno  di  fotografie e rullini  ancora da sviluppare, accorgendosi che quelle foto  erano  autentici  capolavori.

Maloof si impegnò quindi in una ricerca per risalire alla persona proprietaria delle immagini, scoprendo  che si  trattava di una tata deceduta poche settimane prima, appunto Vivian  Maier

Sentendosi  unico proprietario di  quel  tesoro, ne pubblica alcuni  esempi  in rete ottenendo un immediato  successo per cui  decide di  vendere un centinaio  di negativi su  Ebay per pochi  dollari, tanto  per recuperare quanto  speso nell’acquisto del materiale messo  all’asta.

All’epoca i social network erano  appena all’inizio  della loro apoteosi, ma ciò non impedì che le foto  di  Vivian Maier raggiungessero un eco così importante da far nascere il mito  su  quella misteriosa tata che, armata di  Rolleiflex, nelle ore in cui era libera da impegni se ne andava in giro per la città a fotografare (mirabilmente) le persone.

Maloof ormai  aveva compreso  di  avere tra le mani una miniera da sfruttare, tanto  che (si  dice) abbia venduto persino  le custodie vuote dei  rullini appartenuti  alla Maier sicuro  del  fatto che gli  acquirenti, interessati  più al  mito  che all’opera della fotografa, avrebbero  acquistato quella specie di  reliquie.

A questo punto vedo una contraddizione nell’operato  di  Maloof e cioè che senza di lui (molto probabilmente) non avremo  avuto modo di  scoprire il genio  di  Vivian Maier, ma allo  stesso  tempo la domanda che mi pongo  è questa: lei  avrebbe voluto  che le sue foto fossero  state rese pubbliche? Forse avrebbe voluto il pieno  controllo su  quali mostrare e dove mostrarle?

Ovviamente sono  domande che non hanno una risposta in quanto  la diretta interessata non essendo più  in vita non potrà mai fornirle.

Ad ogni modo possiamo sempre dare uno  sguardo  alle immagini  di  Vivian Maier in questa pagina (costruita ad hoc da John Maloof)

Un’altra verità su  Vivian Maier 

Lei era veramente la donna solitaria, forse misantropa,  la cui unica soddisfazione era la fotografia?

A questa scarna ricostruzione,  più che altro  dovuta dall’interesse di  John Maloof nel  costruirne il mito, si oppone la ricerca di Pamela Bannos, artista e docente di  fotografia alla Northwestern University, la quale  nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife ne dà  un giudizio  diametralmente opposto e più completo.

Per la docente di  fotografia, Vivian Maier era una persona molto  aperta e curiosa e la fotografia per lei non era per nulla una valvola di  sfogo ma un impegno che la portava in giro  a vedere mostre e dialogare con i più importanti  fotografi, inoltre, lei  stessa, era una fotografa formata nel  senso  che aveva un’ottima competenza tecnica e ricerca di uno  stile suo  personale.

In poche parole il mestiere di bambinaia le serviva per pagarsi la sua passione e chissà, forse un giorno, se non avesse avuto  quel  terrible incidente, una caduta sul ghiaccio  che le procurò un trauma cranico e  che di lì a poco  le avrebbe tolta la vita, si  sarebbe decisa a cambiare vita per dare il suo  contributo  all’arte fotografica.

Il libro 

Vivian Maier

Chi era Vivian Maier?

Molte persone la conoscono come la tata solitaria di  Chicago che, vagando per la città, scattava innumerevoli  fotografie alle persone in ogni  situazione.

La scoperta delle sue immagini, abbandonate in scatoloni in un deposito,  hanno  rivelato che lei  era una maestra della street photography statunitense e la sua notorietà è avvenuta nel  giro  di pochissimo  tempo, anche grazie all’azione dei  social  media.

Per Pamela Bannos, però, Vivian Maier non era una semplice tata ma una fotografa che si sosteneva con il mestiere di  bambinaia: nel  suo libro Vivian Maier: A Photographer’s Life and Afterlife contrappone il mito creato su  di lei  pre trarne profitto  dal  suo  lavoro, a quello di una seria professionista della fotografia  che anteponeva la privacy alla possibile notorietà

Inoltre, sempre la Bannos, nel  suo libro  fornisce alcune notizie sulla famiglia di  Vivian Maier, incluso il difficile rapporto  con suo  fratello  Karl.

Scrivendo  di  altre donne fotografe 

In passato  ho  già scritto di  altre donne che nella fotografia hanno  trovato la loro  professione, ma anche il modo  di  trasmettere tutta la loro umanità attraverso  le immagini.

Margaret Bourke – White: Maggie l’indistruttibile 

⇒ Dorothea Lange che fotografò la Grande depressione 

Da modella a fotoreporter di  guerra: lei  è Lee Miller 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Lucia Berlin, la vita riflessa nelle short stories

Lucia Berlin

Cosa ho  combinato, cazzeggiando  a destra e a manca per tutta la vita

dai  diari  di  Lucia Berlin

Lucia Berlin, una vita riflessa nelle short stories 

Se siete assidue frequentatrici  di  questo blog (aperto  anche al  pubblico  maschile e quello  LGBTQ) vi  sarete senz’altro  accorte di  quante donne mi hanno  aiutato nella stesura degli  articoli.

Naturalmente loro  non sapranno  mai  di  averlo  fatto,  ma non per questo non mi sento  debitrice nei loro  confronti, ad esempio: Audrey Hepburn ( Audrey Hepburn, buona alla prima  ), Virginia Woolf ( Virginia Woolf, l’indimenticabile scrittrice ) , Jane Austen ( Jane Austen, l’intramontabile di  cui  non si sa nulla )  e altre ancora.

A questo  Circolo delle gentile  anime trapassate (  la scrivente ci  tiene a precisare che lei è ancora in vita) aggiungo un’altra figura di  donna superlativa, e cioè Lucia Berlin (il sito  a lei dedicato   lo  trovate in questa pagina)

Se nel 2015 la casa editrice Bollati  Boringhieri  non avesse avuto  l’intuizione di pubblicare La donna che scriveva racconti forse avremmo perso  l’occasione di  conoscere una scrittrice che, attraverso lo  stile narrativo proprio  delle short stories, da vita a donne quali infermiere, domestiche o drammaticamente alcolizzate, in un certo  qual modo il riflesso della vita dell’autrice stessa.

Nel 2015 il New York  Times pose  La donna che scriveva racconti  tra i 10 migliori libri di quell’anno di conseguenza anche le case editrici  italiane si  sarebbero interessate alle opere di Lucia Berlin (in primis la Bollati Boringhieri) tanto  che al primo libro seguì poi la raccolta Sera in Paradiso (troverete l’anteprima di  entrambi i libri alla fine dell’articolo).

Una biografia in poche parole

Lucia Berlin nel 1975 (Photo. Jeff Berlin)

Lucia Brown  Berlin era una donna molto  bella con una vita travagliata, ma non per questo di  carattere arrendevole, anzi la potrei  definire una guerriera se questo  termine oggi non fosse troppo  inflazionato e riconducibile alle eroine dei fumetti.

Nasce a Juneau in Alaska il 12 novembre 1936, suo padre è ingegnere minerario mentre la madre casalinga è vittima  dell’abuso  di  alcol (cosa che, purtroppo sperimenterà nella sua vita anche la scrittrice), ha anche una sorella più piccola, Molly, che morirà per un male incurabile.

Dall’Alaska la famiglia si  trasferisce in Idaho, quindi  nel  Montana e California, passando per il Texas (alla fine la stessa Lucia Berlin disse di  aver traslocato in trentatré case), fino  a giungere a Santiago  del  Cile,  ritornando poi negli  Stati Uniti dove, studiando presso l’Università  del  New Mexico, incontrerà il suo  primo  marito: lo scultore  Paul Suttman.

Il matrimonio durerà il tempo  necessario  per mettere al mondo i  primi  due figli, poi arriva il turno  del  pianista di  musica jazz Race Newton  andando a vivere con lui a New York  nel  Greenwich Village.

E’ una vita di  assoluta povertà che non le impedisce di  coltivare l’amore: così trova nel tossicodipendente Buddy Berlin (musicista anche lui) un’amante con cui  fuggire in Messico: dalla fuga, al  divorzio  da Race e al matrimonio  con Buddy che porterà  alla nascita di  altri  due figli.

Si  separa da Buddy  Berlin affrontando  con coraggio il peso  di  allevare da sola i  quattro  figli e questo la porterà a diventare infermiera, donna delle pulizie, centralinista: lavori  che fanno le protagoniste delle sue short stories.

Purtroppo  in  mezzo c’è anche la dipendenza dall’alcol  che combatte entrando (e uscendo) dagli  Alcolisti  Anonimi.

Morirà lo stesso  giorno  della sua nascita nel 2004 a Marina del Rey circondata dall’affetto  dei  suoi  quattro figli.

I libri di  Lucia Berlin 

In effetti il titolo  originale de La donna che scriveva racconti e cioè A Manual for Cleaning Women (Manuale per le donne di pulizie) sarebbe stato più attinente considerando  le storie in esso  contenuto dove, ovviamente, non si  tratterebbe di un manuale quanto  piuttosto la necessità di  recuperare il senso  di pulizia di  vite troppo prese dalla drammaticità dell’esistenza.

Lo stesso si potrebbe dire del secondo  libro  che vi propongo, solo  che nel  caso  di Sera in paradiso vi è un fondo di  malinconia in più.

Lucia Berlin

⌈  Una donna molto bella che ha avuto una vita difficile e la racconta in tanti piccoli quadri: protagonista la narratrice onnisciente o vari personaggi secondari, diversissimi tra loro: un vecchio indiano americano incontrato in una lavanderia; una ragazza giovanissima che scappa da una clinica messicana di aborti per ricche americane; la suora di una scuola cattolica; un’insegnante gay.

Soprattutto, una domestica che ritrae, lapidaria ma benevola, le signore (e anche qualche signore) per cui lavora: una storia indimenticabile, che dà il titolo all’edizione americana del libro, Manuale per donne delle pulizie.

Indimenticabile è l’aggettivo che definisce il valore di una storia breve. Tutti ricordano la signora con il cagnolino di Cechov, o la famiglia Glass di Salinger, o l’anziana donna malata di Alzheimer che si innamora di un compagno di sventura, di Alice Munro. Più difficile è ricordare uno qualunque dei protagonisti dei racconti di Raymond Carver, tutti molto simili: uomini che traslocano continuamente per sopravvivere a una crisi economica non solo individuale.

Non che sia possibile ricordare tutti i personaggi di Lucia  Berlin, diversissimi, variegati per sesso, razza, colore e censo, ma di certo il tratto pittorico dell’autrice contribuisce a fissarli nella mente; complice una scrittura ingannevolmente semplice, chiara, essenziale, imprevedibile come la musica jazz ma altrettanto ipnotica.

 

Lucia Berlin

 

Storie di luoghi, di paesaggi, dell’intero continente americano, di donne, di bambini e di uomini.

Storie che raccontano un temporale, un’alluvione, un incendio, una notte magica.

Storie di vicinato difficile, di profughi siriani, di messicani poveri e di americani ricchi o viceversa, di musicisti e di alcolisti, di corride e di fiestas, di attrici e di gigolo.

Storie che, come quelle di La donna che scriveva racconti, evocano momenti della vita di un’autrice fuori dall’ordinario.

Storie di amore, di malinconia, di piccoli e grandi drammi, di gioie inaspettate, di cambiamenti improvvisi, e una prosa impossibile da catalogare.

Le svolte impreviste, i rapidi mutamenti di tono, i passaggi dal riso al pianto, dall’ostilità alla commozione, dalla disperazione alla felicità, il lamento prolungato che svanisce all’improvviso, ricordano la musica jazz.

Una prosa che diventa dura, sobria e riservata, quasi distaccata, proprio nel rendere situazioni che una scrittrice meno efficace e sincera vestirebbe di emotività.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Mestruazioni: ne potrò scrivere?

mestruazioni

 La donna deve rimanere la regina della casa, più si  allontana dalla famiglia più questa si sgretola.

Con tutto il rispetto per la capacità intellettiva della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte del  giudicare.

Questa richiede grande equilibrio e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche.

Questa è la mia opinione, le donne devono  restare a casa…

Antonio  Romano  deputato  dell’Assemblea Costituente nel 1947

Mestruazioni, tabù e pregiudizi

Quello  che il deputato  Antonio  Romano  intendeva affermare che nella donna vi era  un impedimento  nella difficile arte del  giudicare, cioè un difetto per ragioni anche fisiologiche,  non era altro  che un sottinteso riferimento (che poi non era tanto  sottinteso) al ciclo mestruale con tutti i pregiudizi (maschili) ad esso  collegati.

L‘Assemblea Costituente  – della quale   la componente femminile rappresentava solo il 4 per cento, cioè 21 donne su 552 rappresentanti totali –  dribblò sulla questione, e solo  dopo che un emendamento favorevole all’ingresso  delle donne nella magistratura, con l’articolo 51 della Costituzione che stabilisce

Tutti i cittadini dell’uno  e dell’altro sesso possono accedere agli uffici  pubblici in condizioni di  eguaglianza, secondo  i requisiti  stabiliti  dalla legge*

Con la modifica all’art. 51 del 30 maggio 2003 viene aggiunto il periodo  alla fine

A tale fine la Repubblica promuove con appositi  provvedimenti le pari opportunità tra uomini  e donne

*Secondo i requisiti stabiliti dalla legge: le donne dovranno aspettare ben sedici  anni per vedere una legge che le consenta di  accedere alla carriera di  magistrato con la legge n. 66 del 9 febbraio 1963

⌈  Art. 1 : La donna può accedere a tutte le cariche professionali e impieghi  pubblici, compresa la Magistratura, nei  vari  ruoli, carriere e categorie, senza limitazioni  di  mansioni e di  svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti  dalla legge.

L’arruolamento della donna nelle forze armate e nei  corpi  speciali è regolato da leggi  particolari ⌋  

Certo un bel passo avanti rispetto alle parole dell’onorevole Antonio Romano, ma i  tabù sono duri  a morire, specie se anche la scienza ci  mette del  suo  per alimentare i pregiudizi: nei  testi universitari  di  medicina, fino  all’inizio  degli  anni’ 60 del  secolo  scorso, si insegnava che le mestruazioni servivano  a far espellere sostanze tossiche accumulate nel  corpo  femminile ( la menotossina tra esse)

Da qui, arrivare ai pregiudizi  e ai  tabù il passo  è breve per cui, un esempio  fra tutti, se una donna con il mestruo toccava un fiore, questo  subitaneamente appassiva (quindi le varie streghe dei  film horror sono  in perenne periodo  mestruale?).

Se da una parte questi pregiudizi  potrebbero  anche far sorridere, ben diversa è la situazione di  quelle donne costrette da pratiche culturali a subire l’ostracismo  sociale: in Nepal solo  dal 2017 è stata proibita la pratica del chhaupadi che infliggeva alle donne in periodo  mestruale la segregazione in capanne isolate proprio  per il fatto  che il loro  sangue era da considerare impuro e velenoso per qualsiasi  cosa che la donna toccasse.

Da queste pregiudizi l’attrice e regista   Marinella Manicardi ne ha tratto il lavoro  teatrale Corpi impuri

 

Tampon tax

Una direttiva europea consenti  ai  Paesi dell’Unione di  abbassare l’IVA sugli assorbenti  fino  al 5 per cento: l’Italia si  è adeguata, ma solo  per gli  assorbenti definiti  ecologici.

Prima di  questa soluzione (parziale) della tassazione degli assorbenti intimi, essi  venivano  commercializzati  con l’IVA al 20 per cento, prodotti come il tartufo hanno la tassazione pari  al 5 per cento.

La paradossale incongruenza della Tampon tax è stata messa alla berlina da 3Matrioske:

Il libro 

La giornalista e attivista femminista Élise Thiébaut ha affrontato quello  che in fondo riguarda una discriminazione di  genere con il libro Questo è il mio  sangue

mestruazioni

 

Perché ancora oggi le mestruazioni sono un argomento di cui ci si vergogna, che discrimina le donne? Perché per definirle usiamo perifrasi come ho le mie cose, sono indisposta, ho il ciclo?

Perché ci imbarazza così tanto il modo in cui funzionano i nostri corpi? E se fossero gli uomini ad averle?

Per quasi quarant’anni, ossia per circa 2400 giorni, le mestruazioni accompagnano la vita di ogni donna. Eppure rimangono un argomento circondato da silenzio e vergogna.

Perché abbiamo tanta paura di un processo naturale che ci permette di dare la vita? Come mai ci affrettiamo a nascondere nella borsa gli assorbenti quando capita di tirarli fuori per sbaglio? Perché bisbigliamo mestruazioni mentre siamo pronti a gridare insulti di ogni tipo?

Mescolando antropologia, storia, ecologia, medicina ed esperienza personale, Élise Thiébaut affronta un argomento delicato e insospettabilmente accattivante, riuscendo con la sua prosa vivace a dimostrare quanto sia complesso il principale protagonista della vita femminile. E quanto le superstizioni, le leggende, i non detti, abbiano influito per secoli sulla discriminazione delle donne.

Sorprendente, chiaro, scientificamente accurato, Questo è il mio sangue, oltre a essere un appassionante viaggio alla scoperta di un fenomeno naturale come mangiare, bere, dormire, fare l’amore, è anche un manifesto della rivoluzione mestruale in atto.

Perché parlare apertamente di mestruazioni significa, per ogni donna, accedere a una nuova consapevolezza di sé, del proprio corpo e della propria identità.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Arenzano, l’anello dei tre rifugi (e mezzo)

Arenzano

“Ho iniziato la mia carriera come escursionista e l’ho conclusa come escursionista.

Non è mica una vergogna.

Anzi, gli escursionisti sono spesso più alpinisti di  tanti  che arrampicano..”

Riccardo Cassin (tratto  dal libro Alpi segrete di Marco  Albino  Ferrari) ⌋  

Dal mare di  Arenzano ai  suoi monti 

Lasciandoci  alle spalle il mare di  Arenzano e percorrendo una strada che ha tutte le caratteristiche per essere definita di montagna (curve e carreggiata stretta) arriviamo  all’aera picnic del  Curlo dove avrà inizio quello  che ho deciso  chiamare l’Anello  dei  tre rifugi  (la spiegazione per quel mezzo nel  titolo  la darò più avanti).

A CAUSA DELLE DISPOSIZIONI  ANTI COVID – 19 I RIFUGI  SONO MOMENTANEAMENTE NON AGIBILI

Se decidete di  parcheggiare il vostro  mezzo (auto, cavallo  o dromedario) al  Curlo nei  giorni  festivi è facile che non troviate posto, il suggerimento è quello  di  fermarvi duecento metri più in basso nei pressi  del  ristorante Agueta du Sciria dove il parcheggio  è anche più agevole.

Potete anche prendere in considerazione di  arrivare al  Curlo partendo  dalla stazione ferroviaria di  Arenzano  e percorrendo il sentiero FIE contraddistinto  da un segnavia composto da due bolli rossi (in questo  caso  dovete mettere in conto almeno un’ora di più di  cammino).

Sviluppo del percorso 

La lunghezza del percorso è di  circa 11 chilometri per un tempo stimato  intorno  alle cinque ore (questo  dato  è soggettivo).

Dal  Curlo possiamo  subito imboccare il sentiero a fianco  di una cisterna che in breve si  ricollegherà a monte alla strada sterrata sempre in salita.

Personalmente ho preferito percorrere da subito  il tratto  asfaltato che presto  diventerà sterrata per dare modo  alle gambe di  abituarsi alla marcia.

Dopo  circa un chilometro si  arriverà a una sbarra con i pannelli in legno  indicanti  che stiamo  entrando nel  Parco Regionale Naturale del  Beigua

Tralasciando la strada sulla sinistra che porta al  Centro Ornitologico Case Vaccà (qui è presente una fonte utile per riempire le borracce) proseguiamo  brevemente in salita fino  a incontrare sulla destra il sentiero verso il riparo Scarpeggin (o Scappegin) seguendo il segnavia con due pallini  rossi

Arenzano

Scarpeggin
La costruzione risale alla seconda metà dell’800 e utilizzata come riparo in caso di cattivo tempo durante la raccolta del fieno. Dai documenti risalenti ai primi anni del ‘900 si evince che lo Scarpeggin era ridotto a rudere. Solo negli anni’90 la Comunità Montana Argentea presenta un progetto di recupero finanziato dalla Regione Liguria. Nel 1993 i lavori terminano e, nel settembre dell’anno seguente, si ha l’inaugurazione e apertura del nuovo riparo

Dopo  aver lasciato  alle spalle lo Scarpeggin continuiamo seguendo sia il segnavia con i  due bolli  rossi  che quello con una A rossa in campo  bianco: attenzione a non seguire quest’ultimo  segnavia giunti  a un bivio ma, mantenendoci  sulla sinistra, proseguiamo per il sentiero  in salita seguendo  gli ometti e un V sempre rossa.

Arenzano
La ripida salita verso la cima di Rocca dell’Erxo

Dopodiché si  arriva al Passo  della Gavetta e da qui la segnaletica ci indicherà la ripida salita che porta al rifugio in cima alla Rocca dell’Erxo (metri 898) dove ci  aspetta il minuscolo riparo  Ai Belli Venti (massimo tre persone con zaini  all’esterno).

Arenzano
E’ davvero piccolo…
I Belli Venti
Il riparo (decisamente di dimensione mini) è stato costruito, negli anni dal 1981 al 1983, da due soci del CAI di Arenzano in collaborazione con il Gruppo Scout sempre di Arenzano. Il nome richiama il fatto che, in alcune giornate, il vento lì soffia forte

Proseguiamo  a monte del Belli Venti in direzione della Tardia di  Ponente (metri 928).

Arenzano
Verso la Tardia

Volendo  evitare di  salire in cima alla Tardia, per poi ridiscendere un tratto  breve ma ripido, si può seguire la traccia di un sentiero in basso sulla nostra destra  per evitare la salita al monte (così, però, perdiamo  l’occasione per una vista panoramica).

Il sentiero  prosegue in cresta fino a incrociare quello proveniente da Voltri che porta alla cima del  monte Reixa (X) passando per il Passo  della Gava dove saremo  anche noi  diretti. 

Il Passo della Gava rappresenta un crocevia per   altri sentieri: quello  già citato  verso il monte Reixa, Passo  del  Faiallo, Sambuco (per escursionisti esperti) e Arenzano.

Quindi, seguendo l’ampia sterrata,  ritorneremo  al nostro punto di partenza.

Lasciando il Passo  della Gava, subito  dopo un tornante, arriviamo  al rifugio  Ca’ de Gava (fonte)

Ca' de Gava
Le origini risalgono al primi decennio del ‘900 quando la famiglia Vallarino la costruì come riparo (tutt’ora, pur essendo aperto per i visitatori, rimane di proprietà privata). E’ un punto tappa della manifestazione Mare e Monti che si svolge ogni anno partendo da Arenzano

Non ci  resta che proseguire per la sterrata in discesa che ci  riporterà all’area picnic del  Curlo (alcune scorciatoie per sentiero permettono  di abbreviare la percorrenza)

Quel mezzo  che completa l’anello dei  tre rifugi

Non ho  avuto  l’intenzione di  usare il termine mezzo in  senso  dispregiativo  nei  confronti del riparo  Bepillu, ma è solo una maniera simpatica (almeno per me lo è ) di indicare l’ennesima costruzione in formato  mini nata per dare riparo ai  contadini  di un tempo e agli  escursionisti  di oggi

Bepillu
Bepillu è il soprannome dato alla famiglia Damonte che, nel 1850, costruì il riparo sulla strada che da Passo della Gava porta sino al Curlo. Dopo l’abbandono per lungo tempo è stato ristrutturato in maniera esemplare, incastonandosi tra gli alberi dei Pini Neri d’Austria utilizzati per il rimboschimento tra negli anni 1960 – 1970

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

 

Il bosco vive, il bosco diventa memoria

bosco

La preghiera è stare in silenzio nel  bosco

Mario  Rigoni  Stern

Nel  bosco, in silenzio, a meditare

Qualche tempo  fa, quando  ancora per contare la mia età bastavano le dita di  quattro  mani (beh…cinque), mi ritrovai nel  mezzo  di un bosco  ad assumere la posizione del  loto e a chiudere gli occhi  per meditare.

Superata quella primissima fase in cui  ti senti un po’ scema nel meditare in un bosco  come se fossi in Tibet, piano piano in me cresceva la consapevolezza di  quello  che mi circondava: dal fruscio delle foglie mosse dal  vento, al movimento  furtivo  di  qualche animale (sicura anche del fatto che sarebbe stato impossibile trattarsi  di un grizzly).

In pratica mi sentivo la versione femminile di  Henry David Thoreau!

Ma se oggi seguire alla lettera l’ortodossia del  filosofo  americano può portare a tragiche conseguenze (le stesse descritte nel  film di  Sean Penn Into  the Wild)  non è detto  che vivere più naturalmente, magari lontano  dalle metropoli, non diventi  la tendenza di un futuro prossimo (a tale proposito  ho  scritto l’articolo Il futuro non è in una sfera di  cristallo) .

Nel  frattempo dall’oriente è arrivata fino  a noi  la pratica  dello  Shinrin Yoku (letteralmente il bagno  nella foresta) cioè quella pratica medica nata in Giappone intorno  agli  anni  ’80 ed è considerata  un ramo  della scienza medica analoga all’aromaterapia occidentale.

Come funziona lo Shinrin - yoku
In una serie di studi scientifici del 2010 si è evidenziato come la permanenza in un ambiente naturale ricco di alberi corrisponde un aumento della funzione immunitaria dell’organismo. Ciò è dovuto principalmente ai monoterpeni presenti nel legno degli alberi

Vi sembra un po’  poco  la descrizione che ho  dato dello Shinrin – Yoku?

Allora vi  rimando  al  sito Bagno  nella foresta che, senza ombra di  dubbio, potrà darvi qualche informazione in più oltre alla guida che potete vedere nel  box seguente (lo stesso  lo potete scaricare andando  a questa pagina)

Forest_BathingBagnonellaforesta.com_

 

Il bosco, una scelta per il dopo vita

Non voglio  girarci  troppo intorno e quindi,  lasciandovi  nella piena libertà di  proferire scongiuri, scriverò di una soluzione molto  ecologica per la conservazione delle nostre spoglie.

Premettendo  che la mia scelta è la cremazione (ma non per questo  ho  fretta di  metterla in atto), ho dei  dubbi sul dove le ceneri  finiranno: sparse al  vento (la legge italiana lo consente) è molto poetico, ma se scelgo la cima dell’Everest per farlo posso  essere sicura che il luogo sarà qualche collinetta dietro  casa; se desidero che le stesse vengano  conservate in casa in un’urna (penso  che la legge italiana NON lo consenta) oltre che essere macabro avrei il timore di un incidente domestico per cui mi ritroverei  nella sacca di un aspirapolvere.

La soluzione ideale lo trovata nella proposta di Boschi Vivi: essere ricordata ai piedi  di un albero in un bosco che non ha nulla di  cimiteriale.

Il bosco in questione, il primo  italiano a essere adibito  a tale scopo, si  trova nell’Alta Valle dell’Orba  in Liguria ed è visitabile previo appuntamento.

Maggiori  informazioni  le troverete in  questa pagina.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

New Orleans a luci rosse (nel tempo che fu)

New Orleans

Ma perché non ti dai  alla vita onesta?

Torna a New Orleans dalla mamma..portale un paio  di  ragazze e mettiti in affari  con lei!

Le parole di Bambino, il personaggio interpretato  da Bud Spencer nel  film Lo chiamavano Trinità

Storytville il quartiere a luci  rosse di  New Orleans

 

New Orleans
Foto William I. Goldman (1856 – 1922)

 

Immagino  che New Orleans, al pari  di  ogni  città del mondo, offra varie possibilità di  sperimentare le piacevolezze offerte dal mercato  del  sesso a pagamento.

Ma se per un motivo  o per l’altro, ci  troviamo a soggiornare a New Orleans,  e se magari siamo nella condizione di  dover soddisfare certe esigenze vitali (indipendentemente da essere una lei, un lui  o  un leilui) non affanniamoci a  cercare nella nostra guida turistica la localizzazione di Storytville, perché dal 1917 questo quartiere a luci  rosse non esiste più.

Esisteva, però, prima del 1897 quando un’ordinanza cittadina sanciva il divieto  assoluto  di  esercitare la prostituzione  al  di  fuori  dei  confini  di  Storytville, eppure i  suoi numerosi (ed eleganti) bordelli pagavano affitti carissimi ai proprietari  della ricca borghesia cittadina, forse gli  stessi che se da una parte si  atteggiavano a paladini  della moralità, dall’altro  canto ne traevano enormi  vantaggi  nell’infrangerla, come dire: pecunia non olet.

A parte la questione morale (che può sempre cambiare a secondo  dei punti di  vista) bisogna dare risalto a un fatto prettamente culturale e cioè che la musica che allora si sentiva in quelle sale era un fenomeno  del  tutto nuovo e che avrebbe dato nel  futuro  tanti nomi celebri  legati  ad essa: era la musica jazz

La fine di Storytville arrivò nel 1917 con un decreto  federale che vietava in assoluto  l’attività di prostituzione nelle vicinanze delle basi  navali con il conseguente abbattimento dei  bordelli.

Nel 1949 al  suo posto  nasceva l’attuale quartiere di Iberville. e, quando ormai  si pensava di  aver perduto  ogni traccia del  vecchio quartiere a luci  rosse, nel 1998, durante gli  scavi  per le condotte idriche, vennero  ritrovati oggetti risalenti  al periodo  d’oro di  Storytville: vasetti  di profumo francese, dadi  da gioco, chip per il poker e strumenti  a fiato.

Conclusione

Non penso  che il fenomeno  della prostituzione avrà mai una fine, forse in un  futuro lontano  si parlerà di  androidi  destinati  a tale scopo, nel lontano passato si parlava di prostitute sacre impiegate nei  templi (vedi  a esempio in Babilonia sotto il regno  di  Hammurabi), ma questo non implica il fatto che prostituirsi  debba essere una libera scelta e non una costrizione, non legate a ghetti come i quartieri  a luci  rosse, tanto  meno  a quelle case chiuse che qualcuno  vorrebbe riaprire.

D’altronde se il fenomeno  delle escort esiste già da tempo perché non parlare di  operatrici  del  sesso magari  con partita IVA e controlli medici obbligatori  nel  tempo?

Una proposta (moralmente) insensata?

Ditemi  cosa ne pensate.

Il libro

Rachel  Moran, giornalista e   attivista del Movimento Femminista oltre che co – fondatrice del associazione SPACE International in aiuto  alle donne che decidono  di  abbandonare la prostituzione, lei  stessa sopravvissuta a tale esperienza, è autrice dl  libro Stupro  a pagamento. La verità sulla prostituzione (a seguire l’anteprima).

New Orleans

 

Cresciuta in una famiglia problematica, Rachel vive un’infanzia di povertà ed emarginazione: lei e i fratelli vivono di elemosine e gli abitanti del quartiere li additano come gli zingari.

Dopo il suicidio del padre, a 14 anni viene affidata ad una casa di accoglienza. La fuga per la libertà si rivela presto una trappola: diventa senzatetto, vive di espedienti, incontra il ragazzo che la spingerà a prostituirsi per sfruttarla.

Unʼesperienza di violenza, solitudine, sfruttamento e abusi: la sua storia svela il costo emotivo della vendita del proprio corpo, notte dopo notte, per sopravvivere alla perdita dellʼinnocenza, dellʼautostima e del contatto con la realtà.

Questo libro è il racconto emozionante e doloroso con cui Rachel ripercorre la propria esperienza, sfatando con precisione analitica i miti sulla prostituzione, mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

 

Alla prossima! Ciao, ciao…..♥♥