Vulcani, supervulcani e carestie

Vulcani

La storia del mondo: i vulcani  eruttarono, gli oceani  ribollirono, tutto l’universo  era in subbuglio.

Poi venne il cane.

Charles M. Schulz, Peanuts (Parola di  Snoopy)

Vulcani e supervulcani

Se siete preoccupati  per una prossima estinzione del nostro  genere a causa del  coronavirus cinese (il famigerato 2019 – nCov) voglio tirarvi  su  di  morale dicendovi  che esistono altre ragioni  per preoccuparsi e cioè l’impatto  con un’asteroide o  cometa (già successo: chiedetelo  ai  dinosauri) o per l’esplosione di un supervulcano.

I supervulcani, a differenza delle normali  caldere generate dallo  sprofondamento  di una camera magmatica di un vulcano, sono generate da un hot spot situato  sotto  di  esse, molto in profondità  e con attività vulcaniche secondarie come geyser, sorgenti  termali  e altro.

Questi  supervulcani  hanno le dimensioni  misurabili in decine di  chilometri con all’interno un oceano  di  magma che genera una pressione enorme verso la superficie: in pratica una enorme, gigantesca pentola a pressione.

Quindi, se questa pressione del  magma arriva al punto  di  rottura, le conseguenza dell’esplosione sarebbero  catastrofiche e a livello planetario.

I vulcanologi ci  assicurano che un evento  simile si  può avere ogni 100.000 anni, ma c’è chi  tra loro  è più pessimista come  Guilherme Gualda (Vanderbilt University) il quale  è convinto che, ad esempio,  il supervulcano  che si  trova sotto a Yellowstone a  7000 metri  di profondità con un lago di  magma a sua volta profondo 400 metri (che si è formato più di 600. 000 anni  fa), impiegherà solo  qualche centinaio  di  anni per esplodere.

Nel  frattempo  gli  scongiuri sono  più che leciti.

Vulcani

In questa immagine si può vedere la localizzazione dei supervulcani nel mondo: quel puntini  arancione sul profilo  dell’Italia rappresenta il nostro  supervulcano  e cioè i  Campi  Flegrei.

VEI è un indice empirico di  esplosività vulcanica (Volcanic  Explosivity Index) ideato  dagli  scienziati  (vulcanologi?) Chris Newhall e Stephen Self: il suo  scopo  è quello di classificare le eruzioni  vulcaniche   in base all’esplosività

I Campi  Flegrei  è considerata come la terza caldera più pericolosa al mondo  (dopo  Yellowstone e il lago  Toba in Indonesia), per questo motivo  dal 2012 il sito  viene monitorato attraverso il programma Campi Flegrei Deep  Drilling Project.

Nel  2013 uno studio dell’Istituto Nazionale di  Geofisica e Vulcanologia ha descritto  come il rapido  innalzamento del  terreno  nell’anno precedente allo  studio  stesso, era dovuto  ad un accumulo  di  magma situato a 3000 metri  di profondità.

Più recentemente, e cioè nel 2017, un altro  studio, questa volta dell’Osservatorio  Vesuviano e dell’ University College di  Londra stabilì che i  Campi  Flegrei  fossero  più vicini  all’eruzione rispetto  ai tempi previsti.

L’ineluttabilità di ciò che avverrà in queste aree è cosa certa per la scienza, tanto più drammatico sarà lo  scenario pensando come, nel  caso  dei  Campi  Flegrei e l’area vesuviana, alla notevole densità di popolazione residente e di  come le vie di  fuga saranno congestionate.

L’unica speranza è che ciò accada tra molto, molto tempo.

Supereruzioni e carestie 

 

Vulcani
Segara Anak: la caldera che si è formata dopo l’eruzione del vulcano Samalas nel 1257

A parte gli  scenari  da disaster movie quello  che è accaduto in passato può far riflettere su  ciò che potrebbe accadere nel  ripetersi  degli  eventi.

Nel 1257 il vulcano Samalas sull’isola di  Lombok in Indonesia esplose scagliando in cielo miliardi  di  tonnellate di  rocce che, trasformate in polveri, oscurarono il Sole per lungo  tempo (sull’argomento  vi  rimando  all’articolo  pubblicato da PNASpdf – )

Ebbene, nonostante la notevole distanza dall’evento, in Europa le ripercussioni del  cataclisma furono tragiche: nei  tre anni  successivi vi  fu  un abbassamento  delle temperature medie con la rovina delle colture e conseguente carestia che portò alla morte migliaia di individui in tutta Europa specie in quella settentrionale con l’Inghilterra come nazione più colpita.

In Italia i comuni si  organizzarono per far fronte alla carestia facendo l’inventario di  quanto  grano  si  aveva a disposizione tra raccolti  e depositi, si  calmierarono i prezzi  di  vendita per legge e si acquistò grano a spese pubbliche dai  mercati  esteri meno  colpiti.

Ma la lungimiranza dei  governatori  di  allora non si  fermò a solo queste disposizioni: vennero  avviati programmi di  lavori  pubblici  per la costruzione di  argini  dei  fiumi e la manutenzione di ponti  e strade per far fronte ai  danni  che il maltempo  avrebbe portato.

Forse qualcosa dal passato bisogna imparare.

Il libro

Roberto  Scandone e Lisetta Giacomelli, rispettivamente docente presso il Dipartimento  di Matematica e Fisica Roma tre e geologa ricercatrice, sono gli  autori  di Campi Flegrei: Storie di  uomini  e vulcani (anteprima a fine articolo).

Vulcani

Nel territorio campano chiamato Campi Flegrei, l’attività vulcanica determina l’area a più alto rischio in Europa, sia per la violenza delle eruzioni che vi sono avvenute, sia per l’elevato numero di persone che vi risiedono.

La mancanza di eruzioni per circa 3000 anni ha consentito alle sue frastagliate coste di diventare sicuri ancoraggi e ha favorito lo sviluppo delle ricche colonie greche di Cuma e Dicearchia, seguite dalla costruzione del porto di Puteoli, il più importante scalo commerciale e militare dell’Impero Romano.

Tuttavia, la natura vulcanica del territorio ha continuato a manifestarsi con l’abbassamento del suolo che ha portato alla sommersione delle strutture del porto e accelerato il declino economico dell’area. L’unico sostegno costante, anche nei periodi meno fortunati, sono state le sorgenti termominerali, utilizzate senza interruzione fino al Medioevo.

L’inversione del movimento del suolo, iniziata dal 1400 e conclusasi con l’eruzione di Monte Nuovo nel 1538, ha inferto il colpo finale all’economia e interrotto la frequentazione di molti impianti termali. Da allora, il suolo ha ripreso a muoversi verso il basso, creando nuovi problemi alle attività umane, affrontati, fin dalla fine del 1800, con l’industrializzazione.

Dal 1950 è ripreso un lento sollevamento, con due fasi di maggiore intensità, nel 1970-72 e 1982-84, che hanno ricordato alla comunità, insediata intorno al golfo da ben 2500 anni, che stava vivendo in un ambiente fragile e pericoloso.

La convivenza con un territorio ricco di risorse naturali, quanto di pericoli, continua grazie alla resilienza dei cittadini e alla migliorata comprensione dei fenomeni vulcanici.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥