Jane Austen, l’intramontabile di cui non si sa nulla

Jane Austen

<< Non voglio  che la gente sia troppo simpatica, così mi risparmia il fastidio  di cercare di piacergli>>

Jane Austen 

Sono una Austenolatry 

Ho fatto  da poco una scoperta e cioè che sono afflitta dall’essere un’ Austenolatry cioè un’idolatra dell’intramontabile scrittrice inglese nata a Steventon il 16 dicembre 1775 lasciando  questo mondo  orfano  dei suoi scritti (ovviamente anche di  lei  stessa) il 18 luglio 1817 a Winchester

Il termine Austenolatry venne coniato nel 1900 (più o meno)  da Leslie Stephen  che, oltre ad essere un critico letterario, filosofo  e alpinista era anche  il papà della pittrice e arredatrice Vanessa Bell  e di  sua sorella (indubbiamente più famosa) Virginia Woolf.

La biografia di  Jane Austen 

Jane Austen
Albero genealogico della famiglia Austen

Anche Rudyard Kipling venne affascinato  dalla figura di Jane Austen tanto  da dedicarle il libro The Janeites (ne ho scritto  in questo  articolo  dove troverete anche l’anteprima del libro) mentre altri in tempi  più recenti si sono lanciati in una improbabile biografia dell’autrice come, ad esempio, il libro  di Claire Tomalin Jane Austen – La vita (prima edizione inglese 1997)

Jane Austen

Una biografia all’altezza di Jane Austen: un libro che irradia intelligenza, ironia e introspezione” The New York Times.

Di lei abbiamo solo un ritratto a matita, qualche lettera, gli scritti giovanili e sei meravigliosi romanzi. Eppure, tanto è bastato a rendere Jane Austen una delle scrittrici più celebri e amate di tutti i tempi. Si è spesso detto che la sua “è stata una vita priva di eventi significativi”, ma Claire Tomalin, nella sua monumentale biografia, dimostra il contrario: ogni singolo dettaglio ha contribuito a formare la Jane scrittrice, a ispirarne personaggi e ambientazioni.

Un viaggio di quasi cinquecento pagine nell’Inghilterra di fine Settecento e inizio Ottocento, tra complessi intrighi familiari che sono già materia da romanzo: Jane Austen è insieme osservatrice e protagonista incontrastata, talvolta concentrata su carta e calamaio nella sua camera tappezzata di azzurro, oppure alle prese con un ballo o una rappresentazione teatrale, in visita da amici e parenti nella campagna dell’Hampshire e del Kent, o immersa nella vita mondana di Bath e Londra.

Alla fine del’articolo troverete l’anteprima del  libro  con il testo in inglese (utile per il ripasso di  questa lingua)

Perché ho  detto che la biografia è improbabile?

Per il semplice fatto che di  Jane Austen abbiamo  veramente poco che testimoni  la sua vita e una sua biografia può essere solo il frutto  di  supposizioni di una scrittrice (per quanto  brava come Claire Tomalin)  non sia la verità assoluta.

Io non penso, come qualcuno vuol far credere,  che Jane Austen abbia avuto una vita monotona e noiosa e di aver scritto i suoi  romanzi  come antidoto  alla noia, tutt’altro: sicuramente avrà avuto il carattere necessario  per andare contro corrente rispetto  ai tempi in cui  ha vissuto  di una persona ribelle nei  confronti della morale di  allora (lo  dico  e affermo  anche per quella  ironia e arguzia con cui  descrive i  suoi  personaggi).

D’accordo, forse pecco  anch’io  di presunzione nell’affermare quanto  ho scritto, ma cosa volete farci: sono una Austenolatry…. 

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Ottocento tra pittura e fotografia in mostra

Ottocento
Luigi Rossi – Primi raggi (olio su tela 1900 – 1905)

E’ necessario  affrettarsi se si  vuole vedere qualcosa, tutto  scompare

Paul Cézanne 

Ottocento tra pittura e fotografia e cliché – verre 

Forse bisogna dare ragione a  Paul Cézanne  perché niente è immutabile nel  tempo e con il trascorrere di  esso tutto potrebbe scomparire e rimanere solo un ricordo.

Però se ho  utilizzato la frase del  celebre pittore non  è tanto per filosofeggiare sulla caducità delle cose (anche della vita stessa) quanto piuttosto  per informarvi  che avete pochi  giorni  per recarvi in Svizzera, a Rancate nel  Canton Ticino,  per vedere la mostra Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento  presso  la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst  che, per l’appunto, chiuderà il prossimo  2 febbraio (per tutte le informazioni  vi  rimando al  box a fine articolo).

Il Cliché – verre del  sottotitolo  si  riferisce a  una particolare tecnica d’incisione su  vetro in  voga nell’Ottocento he vede nel pittore paesaggista Jean-Baptiste – Camille Corot uno di massimi  artefici di  questa particolare arte che legava la fotografia con la pittura.

In pratica si  trattava di incidere, disegnare o dipingere su una superficie trasparente come, ad esempio, una lastra di  vetro affumicata e stampare l’immagine risultante su una carta sensibile alla luce, procedimento  effettuato in camera oscura.

Ottocento
A Young Mother at the Entrance to a Wood – Jean-Baptiste-Camille Corot (1856)

Per maggiori informazioni  sulla tecnica vi  rimando a questa pagina (pdf)

Il 7 febbraio del 1839 presso l’ Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts veniva presentato il primo  procedimento  fotografico per lo sviluppo  di immagini: la dagherrotipia dal nome del  suo ideatore Louis Jacques Mandé Daguerre (se vi interessa l’argomento  vi  rimando  al mio  articolo)

sul nuovo  procedimento  fotografico, e su  quello  che sarà la fotografia, nacque immediatamente un pregiudizio  da parte dei  pittori  stigmatizzato in seguito  dalle parole di Paul Gauguin 

Sono entrate le macchine, l’arte è uscita…Sono lontano da pensare che la fotografia possa esserci  utile

In ogni caso i pittori  utilizzeranno la fotografia come puro strumento  di  lavoro in quanto  utile, ad esempio, per fissare un paesaggio e riprodurlo su  tela senza doversi  sobbarcare le lunghe sedute in situ (magari poteva anche piovere..)

La mostra 

La mostra propone un confronto serrato e stimolante tra fotografie, dipinti, incisioni, disegni, libri, permettendo di ricostruire il processo creativo seguito dagli artisti e di comprendere come quella di metà Ottocento fu una vera e propria rivoluzione nel modo di vedere la realtà e di diffondere conoscenze e informazioni da cui non ci sarebbe stato ritorno.

CARTELLA_STAMPA

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Ecosia: più ricerchi e più il mondo diventa verde

Una volta una persona che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del  suo  computer, riceve una bibliografia di  diecimila titoli, e rinuncia.

Umberto  Eco 

Ecosia e gli  altri  search  engine

Voi  che mi seguite su questo  blog certamente già conoscete  il significato  dell’acronimo SERP.

Nel caso  abbiate qualche dubbio, oppure il vostro  interesse per l’informatica è pari alla conoscenza del  sesso praticato  tra i  rincocefali, la definizione di  SERP è la seguente:

Nell’ambito delle tecnologie di Internet, un motore di  ricerca (in inglese search  engine) è un sistema automatico che, su richiesta, analizza un insieme di  dati e restituisce un indice dei  contenuti che è per l’appunto chiamata SERP (Search Engine result Page)

Naturalmente dietro  a una qualunque ricerca,  e quindi  i  risultati dovuti  ad essa, vi  sono  diversi  fattori  a cui  le mie competenze informatiche trovano  un limite (d’altronde ho  sempre detto  di  essere semplicemente una blogger)

Da come potete desumere dal titolo  e sottotitolo  dell’articolo oggi vi  parlerò di un particolare motore di  ricerca e cioè di  Ecosia.

Google rimane il motore di  ricerca per antonomasia (tanto  da essere stato  coniato il termine googlare che personalmente  trovo essere  molto  ridicolo), a seguire c’è Bing della Microsoft e Yahoo a contendersi il secondo  e terzo posto tra i search  engine.

Naturalmente esistono  altri motori  di  ricerca particolari, direi  di nicchia, che offrono alcune caratteristiche peculiari e di  cui ne ho  fatto la descrizione di  alcuni  in questo   articolo.

Ecosia e l’impegno  per la riforestazione dove è più necessario

Non direttamente, è ovvio, ma utilizzando parte dei  profitti derivati in parte dalle nostre richieste (ogni  45 richieste fatte individualmente corrispondono a un albero che si pianterà) e i click sugli  annunci  pubblicitari.

Ecosia si  basa interamente su  Bing (la cui partnership è tenuta riservata) riconoscendo al motore di  ricerca di  Redmond una quota delle entrate.

Facendo una ricerca comparativa tra  i due motori possiamo  vedere come sono del  tutto  simili (ho usato IL Blog di Caterina come termine di  ricerca…gioco in casa)

 

Ecosia
Il risultato del termine IL Blog di Caterina utilizzando Bing

 

Ecosia
Lo stesso risultato ottenuto con Ecosia

Da notare in quest’ultima immagine il contatore in alto  a destra a forma di  albero che indica il numero  di  ricerche effettuate ai  fini  di  raggiungere l quota 45 per impiantare un albero.

Ecosia

L’impegno  di  Ecosia è appunto quello  di piantare alberi  dove maggiore è il bisogno di rimboschimento ai  fini dello  sviluppo  economico  o  di intervento in seguito  a eventi catastrofici  natura come, ad esempio i recenti incendi in Australia: a questo proposito tutti  i ricavi  di oggi giovedì 23 gennaio serviranno per la riforestazione del New South Wales (maggiori informazioni  sul blog di  Ecosia )

Gli altri punti  di  forza 

Ecosia nasce nel 2009 da un’idea del trentacinquenne imprenditore tedesco  Christian Kroll con sede a Berlino.

Ad oggi il numero  di  alberi  piantati  da Ecosia nel mondo  sono più di 72 milioni in 19 siti  sparsi nel mondo: questo  ne fa il più importante (a questo punto unico) motore di  ricerca no profit.

Lo stesso Christian Kroll quando fondò Ecosia volle che vi  fossero  da parte sue due punti  fondamentali e cioè:

Non avrebbe mai  venduto  Ecosia

Non avrebbe mai  tratto profitti  dalla compagnia

Questo ha portato  la società ad essere una Purpose Foundation (letteralmente Fondazione di  scopo) per cui  le azioni  della società non possono  essere vendute a sopo  di lucro  o  diventare di proprietà di persone ad essa esterne; tutti i profitti  rimangono come capitale  della società

Ecosia nel 2017 ha ottenuto  la certificazione B Corporation per performance ambientali  e sociali.

Per la trasparenza dei  profitti ottenuti dalle ricerche degli  utenti, Ecosia mensilmente pubblica i rapporti  finanziari  della società.

Inoltre, dal punto di  vista per la salvaguardia ambientale, i  server di Ecosia sono alimentati  al 100% da fonti  rinnovabili, mentre  per garantire  la privacy  degli utenti Ecosia non vende dati  agli inserzionisti, non implementa trackers di  terze parti e tutte le ricerche diventano  anonime nel  giro  di una settimana.

A questo punto mi chiedo  se Google & C. non devono  imparare qualcosa da questo piccolo (grande) motore di  ricerca!

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Gli Anni ruggenti in mostra a Genova

Anni Ruggenti: Tamara de Lempicka - La Belle Rafaela (1927)
Tamara de Lempicka – La Belle Rafaela (1927)

Nel  secolo  scorso gli  Anni ’20 erano  quelli  ruggenti.

Nella nostra era saranno  solo il miagolio di un gattino?

C.A.

Anni ruggenti  nel XIX secolo 

Anni ruggenti: Comelio Geranzani - Ballerina (1920)
Comelio Geranzani – Ballerina (1920)

Potrebbe sembrare che la citazione all’inizio  dell’articolo  sia quella di una persona ammantata da pessimismo, ma ciò non è vero per due fattori: ll primo, deducibile dalle iniziali dell’autrice, è che la  frase è farina del mio  sacco; la seconda è che alla domanda la risposta potrebbe anche essere del  tenore opposto  al pessimismo  più cupo: cioè quell’inizio, appunto  ruggente, degli  anni ‘  20 del XX secolo.

E’ anche vero, in fin dei  conti, che essendo  appena agli inizi   del decennio Twenty – Twenty e che, a meno  di una catastrofe cosmica come quella che ha portato  all’estinzione dei  dinosauri, non mancheranno  le novità (belle o  brutte che siano) per gli  attuali  Anni ’20.

Ma ritorniamo  agli  Anni Ruggenti: cosa avrebbe visto e vissuto la Caterina di  allora?

Innanzitutto si  era usciti da poco dal dramma della Prima guerra mondiale e in tutta Europa si pensava a ricostruire ciò che era andato  distrutto  con la guerra  sia in termini  materiali  che quelli più importanti dei  rapporti umani.

Poi, partendo  dagli  Stati Uniti dove erano appunto  nata la locuzione dei Roaring Twenties, si  assistette all’esplosione di novità tecnologiche e culturali: la musica Jazz faceva da contorno  alle parole di Francis Scott Fitzgerald nel  suo libro  Il grande Gatsby mentre nelle case, grazie alla diffusione del  grammofono, riecheggiavano  le note di Rapsodia in blu di  George Gershwin.

Anni ruggenti: il manifesto originale di The Jazz Singer
Il manifesto originale de The Jazz Singer

Al  cinema  arriva il primo  film parlato  della storia: The jazz Singer di  Alan Crosland del 1927,  mentre bisogna aspettare l’anno  successivo affinché un topolino  antropomorfo  inizia le sue avventure nel  cortometraggio Steamboat Willie: ovviamente sto parlando  di  Mickey Mouse (il nostro  Topolino) pensato  e ideato  da quel genio  di  Walt Disney .

 Moda, architettura, arti  visive e decorative confluiscono nell’Art déco che trova il suo punto di  riferimento nell’Expo parigina del 1925. 

La mostra

Anni ruggenti

A Genova, presso il Palazzo Ducale (Appartamento  del  Doge e Cappella Dogale) è allestita la mostra Anni venti in Italia – L’età dell’incertezza.


Dalla pagina del  sito  di  Palazzo  Ducale:

Gli anni venti in Italia furono anni complessi, tanto ruggenti e sfavillanti quanto inquieti.

Anni cruciali di passaggio tra la Grande Guerra, con la fine dell’ottimismo e delle certezze che avevano caratterizzato la Belle Époque, e la crisi mondiale del decennio successivo. Una crisi che, annunciata nel 1929 dal crollo di Wall Street e seguita dalla progressiva affermazione di regimi dittatoriali sullo scacchiere internazionale, si concluse poi con la tragedia della seconda guerra mondiale.

Il clima generale di incertezza, determinato dagli effetti del conflitto, dalla difficile transizione economica e dalle rilevanti trasformazioni sociali e culturali, si riflette in pieno nelle ricerche artistiche di quegli anni.

Caratterizzate da una straordinaria varietà linguistica, esse rappresentano il termometro di un’epoca convulsa, complessa e indeterminata, nella quale possiamo ritrovare dirette corrispondenze con la nostra.

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La mostra si  concluderà il prossimo 1 marzo: per tutte le informazioni  vi  rimando  alla pagina dedicata.

Nel box seguente troverete maggiori informazioni  a riguardo di  quello  che viene esposto.

CS-Anni-Venti-in-Italia.-Letà-dellincertezza

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Librerie: navigando in un oceano di quiete

Librerie

<<Ci sedemmo al tavolo del  retro bottega, circondati dia libri  e dal  silenzio.

La città era addormentata e la libreria pareva una barca alla deriva in un oceano  di quiete>>

Tratto  da L’ombra del  vento  di Carlos Ruiz Zafòn 

Librerie che chiudono, librerie che resistono

 

Librerie
Caterina nella libreria Il Libraccio di Savona

L’ultima a chiudere è la storica libreria Paravia a Torino, seconda libreria antica in Italia con un’attività iniziata nel 1802

Chiusura dovuta sia a costi  di  gestione troppo  alti ma, soprattutto, alla concorrenza di  giganti  quali  Amazon in primis che sfrutta  in pieno  la possibilità di  fare sconti fuori  mercato (complice anche una mancanza di una legge in Italia che tuteli i librai da assalti di  questo  genere), un catalogo  enorme compresi i titoli reperibili in digitale (ebook) ed infine  la pigrizia che impedisce di  andare a cercare quel  titolo  tra gli  scaffali  di una libreria quando il libro  può comodamente arrivare a casa in tempi rapidi.

Ovvio  che anche la sottoscritta utilizza Amazon per l’acquisto  di libri in cartaceo  e nel  formato  ebook (oltre a utilizzare le anteprime offerte per arricchire le pagine del  blog).

Eppure, quasi  a giustificarmi per  il misfatto  di  cui  sopra  ( del quale assolutamente non mi sento  colpevole) non so rinunciare a entrare in una libreria per sentire l’odore della carta ( lo so è una frase fatta) e assaporare quell’oceano  di quiete descritto  nelle parole di Carlos Ruiz Zafòn 

Ravveduta e pentita posso  solo  aggiungere quello che la scrittrice Jacqueline Woodson  disse riguardo  ai  libri:

I libri  possono essere specchi  o  finestre.

Specchi  per vedere riflessi  noi stessi, finestre per vedere in altri mondi.

Di librerie particolari  ne ho  scritto  in questo  blog come, ad esempio,   Shakespeare and Company sulla Rive gauche parigina, dovrei allora  parlare delle librerie che frequento a Genova ( e di  quelle che, purtroppo, hanno chiuso) ma l’elenco  sarebbe lungo, personale e (forse) noioso: dico  solo che qualunque luogo  dove si  vendono libri, fosse anche una bancarella dell’usato, è sempre un qualcosa di piacevole dove perdersi.

Se desiderate avere un a guida sulle piccole librerie italiane che ancora resistono, vi rimando all’anteprima de The Book Fools Bunch – guida tascabile delle librerie italiane viventi

Le librerie italiane, indipendenti e di catena, si raccontano proponendo ai «viaggiatori letterari», ma anche ai curiosi e ai lettori, una vera e propria mappatura, probabilmente mai realizzata con una tale estensione e completezza, delle librerie italiane «viventi», dove l’aggettivo non è casuale e prefigura anche una testimonianza, un’oggettivazione, un mettere un punto su ciò che sopravvive e anche su ciò che purtroppo è scomparso.

Sul come, sul dove, sul perché si fa, si propone, si costruisce, si presidia la cultura in Italia, attraverso lo strumento principale per poterlo fare: i libri.

Il percorso si svolge in senso «inverso», da Alghero ad Aosta, rovesciando cioè il consueto modo di pensare il nostro Paese, e per ogni libreria si trovano le informazioni di base, lo staff e una risposta personale a queste domande:

«La tua storia in 280 caratteri» – «Che libreria sei, in una sola parola?» – «Qual è il libro che identifica la tua libreria?» – «Qual è il personaggio letterario che rappresenta la tua clientela?» – «A chi vorresti vendere un libro? E quale libro?» – «Qual è la domanda più strana che ti è stata fatta?» – «Qual è la tua libreria preferita nel mondo? E in Italia?» – «Usciti dalla tua libreria bisogna andare assolutamente… dove?» – «Cosa trovo da te che non trovo altrove?».

A questo percorso si aggiunge una sezione dedicata ai lettori, che hanno risposto alla domanda: «Qual è secondo te il libro che non dovrebbe mai mancare in una libreria?», in modo da costruire una sorta di «libreria ideale dei lettori».

Alla prossima! Ciao, ciao…...♥♥

Audrey Hepburn, buona alla prima

Audrey Hepburn

 

Se gli uomini fossero  belli  e intelligenti,  si  chiamerebbero  donne

Audrey Hepburn 

Audrey, buona alla prima 

 

Audrey Hepburn nel 1956
Audrey Hepburn nel 1956

Giocando con voi  a chi  vorrei essere, escludendo  quindi personaggi  fumettistici al pari  di  Wonder Woman, potrei dire che un modello  di  riferimento potrebbe essere lei: Audrey Hepburn.

Intelligente, bella, elegante con uno  sguardo  allo  stesso  modo  malinconico  e ammaliante: non ditemi  che la scelta sia sbagliata, fosse solo per indossare, alla sua maniera, quel  tubino  nero sfoggiato in Colazione da Tiffany

 Audrey  Hepburn: Locandina del film Colazione da Tiffany

Lei, che voleva diventare ballerina, studiò danza ma presto  dirottò le sue doti  artistiche verso altri palcoscenici teatrali  fino ai  set del  cinema.

Così, a soli 23 anni e al  suo primo  film, si  aggiudicò nel 1953 il premio  Oscar come migliore attrice protagonista   per Vacanze romane (rubando, si  fa per dire,  il ruolo nientemeno  che a Elizabeth Taylor).

Fu l’inizio  di una carriera strepitosa e colma di  riconoscimenti (dei  quali  l’elenco  sarebbe troppo  lungo da riportare in questo post, ma facilmente reperibili in rete).

Solo l’accenno  al  suo  secondo premio  Oscar, molto  speciale perché  si  trattava del premio umanitario  Jean Hersholt assegnato non periodicamente per contributi eccezionali  a cause umanitarie.

Il premio le fu  assegnato postumo nel 1993 condividendolo con Elizabeth Taylor .

Nel 1988 fu nominata ambasciatrice per conto  dell’UNICEF: quattro  anni  dopo, nel 1992, ritornando  da un viaggio in Somalia a scopo  benefico  e per conto  dell’Organizzazione umanitaria, accusò i  primi sintomi della malattia incurabile che da lì a poco  l’avrebbe portata alla morte.

Audrey Hepburn morì il 20 gennaio 1993  a Tolochenaz, in Svizzera, e qui sepolta: aveva sessantatré anni.

Quando  Audrey  si  fece chiamare Edda van Heemstra

Audrey era nata a Ixelles in Belgio il 4 maggio  1929: suo  padre era l’inglese Joseph Anthony Ruston (per questo il nome per intero  dell’attrice era Audrey Kathleen Ruston), sua madre l’aristocratica olandese Ella van Heemstra: il cognome Hepburn deriva da quello  della nonna materna aggiunto  in seguito  dal padre al  proprio cognome diventando, per l’appunto, Hepburn – Ruston

Joseph Ruston e Ella van Heemstra nel 1935 si  separarono: il padre, il quale non nascondeva le sue simpatie per il nazismo, rimase in Inghilterra abbandonando  di  fatto  la famiglia, mentre la madre, con Audrey  e gli  altri  due figli, avuti  da un precedente matrimonio  con Hendrik Gustaaf Adolf Quarles van Ufford nobile olandese (nessun dubbio  che lo  fosse visto il chilometrico nome),  si  trasferì nel 1939 nella città olandese di Arnhem dove Audrey intraprese gli  studi  di  danza presso il Conservatorio.

Il 10 maggio  1940 i nazisti diedero  vita all’invasione dell’Olanda (operazione conclusa in soli  cinque giorni): fu  allora che il nome Audrey Hepburn, considerato pericolosamente troppo inglese, cambiò in Edda van Heemstra.

Nel 1944, dopo  lo  sbarco in Normandia, Audrey Hepburn patì, come il resto  della popolazione olandese ancora sotto il giogo  nazista, quella che venne chiamata in seguito Hongerwinter (la Carestia olandese del 1944): migliaia  di olandesi morirono allora   per fame o per il freddo molto intenso  di  quell’anno.

Fu in questo  tragico  periodo che la famiglia di  Audrey  Hepburn accolse e nascose in casa un soldato inglese, e lei  stessa si  diede il compito di  fare da staffetta tra le formazioni  partigiane olandesi  e l’esercito  alleato.

Il libro

Questa parte della vita dell’attrice è stata raccontata nel  libro  biografico  La guerra di  Audrey del  giornalista americano  Robert Matzen

Indimenticabile in Vacanze romane, icona di stile in Colazione da Tiffany Sabrina, Audrey Hepburn è una delle star del cinema più amate. Della sua vita, dei suoi film e del suo impegno come ambasciatrice dell’UNICEF, giornali e rotocalchi hanno raccontato molto, dando l’idea che, nonostante la sua estrema riservatezza, di lei non ci fosse più nulla da scoprire.

Ma così non è.

La giovane Audrey si trova in Olanda proprio negli anni dell’occupazione tedesca. Sarà l’uccisione da parte dei nazisti dell’amato zio Otto, unica figura maschile di riferimento dal momento che il padre viveva in Inghilterra dopo la separazione dalla moglie, ad avvicinare la ragazzina alla Resistenza.

Mettendo a rischio la propria vita, Audrey comincia a consegnare cibo ai soldati britannici, a fare da staffetta per le informazioni e i giornali clandestini, a danzare per raccogliere fondi per i gruppi di resistenti nelle Serate nere, così chiamate perché le finestre venivano oscurate.

Di questo impegno, Audrey parlò pochissimo e con vaghe allusioni. Né amava parlare della fame e degli stenti che aveva dovuto sopportare in quegli anni, la dieta di guerra la chiamava, e che ne avevano segnato la salute e il fisico.

La mostra Intimate Audrey

Audrey Hepburn: mostra Intimate Audrey

Dopo  Amsterdam  e Bruxelles arriva a La spezia la mostra Intimate Audrey presso la Fondazione Carispezia

La mostra è un omaggio  ai 90 anni dalla nascita dell’attrice e voluta fortemente dal  figlio Sean Hepburn Ferrer.

Tra foto, ricordi personali, scritti, disegni e oggetti, la mostra è divisa in diverse sezioni che ripercorrono alcuni dei momenti più importanti della vita dell’attrice: l’infanzia a Bruxelles con la famiglia d’origine, i successivi trasferimenti a Londra, negli Stati Uniti, in Italia, il matrimonio in Svizzera con Mel Ferrer e la nascita del figlio Sean, gli amici, fino agli anni in cui si è dedicata con un impegno smisurato alla filantropia, che le è valso l’Oscar umanitario.

La mostra comprende anche spezzoni dei suoi film più famosi e video-interviste dell’attrice.

L’ultimo  giorno  per accedere alla mostra è stato  fissato per il 1 marzo 2020 (info sul  sito  della Fondazione).

Per concludere: arrivederci  Audrey 

Poco  più  di novecento parole: sono queste che ho utilizzato per scrivere quest’articolo (o post se volete), non sono nulla per descrivere la vita di una delle più grandi e intelligenti  attrici che oggi avrebbe compiuto la veneranda età di  novant’anni.

Per terminare penso che non ci  sia di meglio  che ascoltare Moon River per rivivere la magia che Audrey Hepburn ci  ha regalato  con  le sue interpretazioni in film di  successo.

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Isadora Duncan: seguendo il ritmo delle onde

Sono nata in riva al  mare.

la prima idea del  movimento e della danza mi è venuta di  sicuro dal  ritmo  delle onde

Isadora Duncan

Isadora Duncan, una vita per la danza

Isadora Duncan
Isadora Angela  Duncan

Isadora Duncan  (san Francisco, 27 maggio 1877 – Nizza, 14 settembre 1927)   aveva cinquant’anni  quando il 14 settembre 1927, a Nizza, l’ineluttabilità del  destino l’attendeva portandole via la vita in un incidente banalmente assurdo.

Aveva preso posto  nella decapottabile guidata dal  pilota francese  di  auto  da corsa Vincent BenoÎt Falchetto, suo  amante, per dirigersi  verso l’albergo  che l’ospitava: il destino, che a volte nel  dramma  può anche assumere  contorni  assurdi, volle che la lunga sciarpa che indossava andò impigliandosi nei  raggi  della ruota dell’auto strangolandola.

E dire che il destino  era già stato  crudele con lei quattordici  anni prima che lei  morisse cioè  quando annegarono nella Senna insieme alla bambinaia i suoi  due figli Deirdre e Patrick, rispettivamente di  7 e 3 anni avuti  dal  matrimonio  con Paris Singer (figlio  del fondatore dell’industria omonima per macchine da cucire)

Lei  che era nata per danzare ebbe l’intuito  di  rompere ogni  formalismo nella danza classica, rinunciando  a quelli  che per lei  erano inutili orpelli quali  scarpette a punta e quindi  indossando  costumi  di  scena che richiamavano  alla mente le danzatrici dell’antica Grecia: questo per dare maggiore libertà ed espressività ai movimenti  del  corpo.

All’inizio  questa sua idea di  danza, precursore della danza moderna, non ebbe fortuna negli  Stati Uniti e dovette aspettare il 1900, quando  si  esibì per la prima volta a Londra, per ottenere l’inizio di una lunga serie di  successi.

A Parigi  ebbe modo  di  diventare amica di LoÏe Fuller  sua connazionale la quale, inventando la serpentine dance, a suo modo aveva portato alla danza nuove forme scenografiche (ne ho scritto in questo post)

Mettendo  in primo piano il suo  corpo a servizio  della danza, inevitabilmente Isadora Duncan oltre ai giudizi favorevoli, ebbe nel pubblico meno propenso al modernismo artistico della ballerina altri  giudizi  decisamente meno lusinghieri.

Lo stesso futurista Filippo Tommaso  Marinetti definì la danza di Isadora Duncan come erotismo  da cortigiana (ma è nota quanto  fosse grande  la misoginia di  Marinetti)

Il declino

A seguito di profondi  dispiaceri,  tra i  quali un figlio  morto  alla nascita avuto dopo una fugace relazione con un giovane artista italiano e il divorzio dal poeta Sergej Esenin (che si  suicidò due anni  dopo), Isadora incominciò a lasciarsi  andare finché la sua figura appesantita non divenne oggetto  dei lazzi di  critici  incuranti dei  drammi  della donna.

Negli ultimi  anni  di  vita, trascorsi  tra Nizza e Parigi, le erano  rimasti  accanto  solo pochi  amici che ebbero  cura di lei  nei  momenti  di  maggiore difficoltà.

La mostra

Presso  il Mart di  Rovereto e fino al prossimo 1 marzo si può visitare la mostra Danzare la rivoluzione – Isadora Duncan   e le arti  figurative in Italia tra Ottocento e Novecento.

La mostra, voluta fermamente dal presidente del Mart Vittorio  Sgarbi, ospita 170 opere che esaltano il corpo femminile in pitture  e sculture nella rappresentazione dell’ideale di  bellezza riconducibili all’arte di  Isadora Duncan.

Nel  box seguente potete trovare maggiori  informazioni  sulla mostra oltre agli orari  e prezzo  dei biglietti  d’ingresso.

Isadora_Duncan_CS

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥

Architettura (d’antan) al femminile: Plautilla Bricci

Plautilla Bricci, prospetto occidentale di Villa Benedetta (detta Il vascello) Roma 1663 (Archivio di Stato)

Chi progetta sa di  aver raggiunto la perfezione non quando non ha più nulla da aggiungere ma quando non gli  resta più nulla da togliere

Antoine de Saint – Exupery 

Architettura per soli uomini e per poche donne  

In un’intervista vecchia ormai  di  quasi  sette anni, Zaha Hadid  parlando della sua professione  disse queste parole:

La gente sottovaluta quanto l’architettura sia una professione difficile perché richiede orari lunghi e un impegno  assoluto.

Proseguendo nell’intervista lei  disse che una donna difficilmente poteva fare carriera  in architettura, se si  trovava nella condizione di dover pensare nel  contempo  alla famiglia e, eventualmente ce ne fossero,  alla cura di  figli.

Ovviamente le difficoltà di  cui  accennava  l’archistar sono le stesse che una donna può incontrare in qualunque ambito  lavorativo.

Architetto o architetta?

Confesso  che avuto  qualche dubbio se scrivere architetto oppure architetta: una visita al sito  architetti.com mi ha confermato che non è sbagliato  scrivere architetta e che il problema non è nella vocale finale quanto piuttosto nell’incompatibilità dei  tempi  richiesti  dalla professione con la vita familiare e la maternità (si  ripetono le parole di Zaha Hadid) oltre al  fatto  di  essere pagate di  meno a parità di  mansioni, di non aver accesso  a posizioni  di potere e, guarda un po’, di  essere vittime di episodi  di  puro  sessismo.

Se questo accade oggi figuriamoci quello  che poteva succedere nella Roma del  Seicento.

Plautilla Bricci: l’architettrice

Di  confessione in confessione anche di Plautilla Bricci, nata a Roma il 13 agosto  1616 e qui  deceduta il 13 dicembre 1705,    non ne sapevo (un’accidente di) nulla: a farmela scoprire è stata una recensione su La Lettura del libro di  Melania Gaia Mazzucco L’architettrice (anteprima alla fine dell’articolo) e la biografia Plautilla Bricci. L’architettrice del  barocco  romano scritto  da Consuelo  Lollobrigida (anche questo  libro è in anteprima alla fine dell’articolo).

I libri

Nel maggio del 1624 un uomo accompagna la figlia sulla spiaggia di Santa Severa, dove si è arenata una creatura chimerica: una balena.

Esiste anche ciò che è al di là del nostro orizzonte, è questo che il padre insegna a Plautilla.

Una visione che contribuirà a fare di quella bambina un’artista, misteriosa pittrice e architettrice nel torbido splendore della Roma barocca. Melania Mazzucco disegna un grande ritratto di donna tornando alle sue passioni di sempre, il mondo dell’arte e il romanzo storico.

Giovanni Briccio è un genio plebeo, osteggiato dai letterati e ignorato dalla corte: materassaio, pittore di poca fama, musicista, popolare commediografo, attore e poeta. Bizzarro cane randagio in un’epoca in cui è necessario avere un padrone, Briccio educa la figlia alla pittura, e la lancia nel mondo dell’arte come fanciulla prodigio, imponendole il destino della verginità. Plautilla però, donna e di umili origini, fatica a emergere nell’ambiente degli artisti romani, dominato da Bernini e Pietro da Cortona.

L’incontro con Elpidio Benedetti, aspirante scrittore prescelto dal cardinal Barberini come segretario di Mazzarino, finirà per cambiarle la vita.

Con la complicità di questo insolito compagno di viaggio, diventerà molto più di ciò che il padre aveva osato immaginare.

Melania Mazzucco torna al romanzo storico, alla passione per l’arte e i suoi interpreti. Mentre racconta fasti, intrighi, violenze e miserie della Roma dei papi, e il fervore di un secolo insieme bigotto e libertino, ci regala il ritratto di una straordinaria donna del Seicento, abilissima a non far parlare di sé e a celare audacia e sogni per poter realizzare l’impresa in grado di riscattare una vita intera: la costruzione di una originale villa di delizie sul colle che domina Roma, disegnata, progettata ed eseguita da lei, Plautilla, la prima architettrice della storia moderna.

 

Tra l’età della Controriforma e il Barocco si compie un lento cambiamento culturale che investe il ruolo della donna nella società.

Nel corso di questa trasformazione affiora la figura di un’artista di cruciale importanza per la storia delle donne e per la storia dell’arte: Plautilla Bricci. Architectura et pictura celebris,

La Bricci nacque a Roma nell’agosto del 1616: fu pittrice e architettrice, ricoprendo in questa professione il primato storico per una donna. Chi era Plautilla? Quale fu l’ambiente culturale e sociale nel quale si formò e fu capace di istruirsi? Come spiegare la sua firma su importanti opere d’architettura e dipinti del XVII secolo romano? Come trovò spazio nella difficile società del tempo dominata e gestita dal potere maschile?

Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali si è cercato di dare una risposta in questo libro, prima ancora di aver affrontato l’analisi critica della sua rilevante e molteplice attività, che ha costituto, nel ‘600, un unicum culturale, sociale e artistico.

Plautilla non fu soltanto architetta celeberrima ma anche una famosa pittrice (da qui il termine architettrice): la sua vita e la sua carriera possono essere prese ad esempio per iniziare a riscrivere e rivedere alcune prospettive sulle donne artiste del XVII secolo. Dopo circa dieci anni di costante ricerca in archivi pubblici e privati, è stato finalmente possibile ricostruire la vita e le opere di questa eccezionale artista, che ha il merito – e forse la forza – di scardinare gli stereotipi che ancora sopravvivono nei confronti delle donne artiste. Il libro si avvale delle presentazioni di alcuni dei più autorevoli storici dell’arte e dell’architettura internazionale.

Alla prossima! Ciao, ciao…♥♥

Seneca e la dolcezza nel Bacio

In un bacio che sia tra uomo  e donna,

donna e donna oppure tra uomo  e uomo,

non c’è mai  nulla di  strano,

sennonché sono  i pregiudizi a far dire

che è strano  ciò che non lo  è affatto.

C.A.

Seneca l’altro

Se passando  da queste parti  vi è venuta la curiosità di  conoscere cosa Lucio Anneo  Seneca avesse da dire a riguardo  della dolcezza del  bacio, vi  dico subito che state andando incontro  a una delusione: il Seneca in questione non è il filosofo  romano morto  nel primo  secolo della nostra era, ma Federico Seneca disegnatore e designer dei nostri  tempi morto, purtroppo  per lui, il 16 novembre del 1976.

A questo punto  è lecito  da parte vostra chiedervi  cosa mai  c’entra questo nostro Seneca con la dolcezza del  bacio?

Penso  che almeno  una volta nella vostra lunga vita abbiate apprezzato quel  magico sapore sprigionato dal morso a un cioccolatino  tratto da una confezione dove due teneri amanti  si  abbracciano: i famosi  Baci  Perugina 

Ebbene l’invenzione, insieme al cartiglio con frasi  amorose che avvolge il Bacio, fu di  Federico  Seneca ( Fano, 1891 – Casnate, 16 novembre 1976)    che sin dal 1920 si occupò di  disegnare i  cartelloni pubblicitari  della Perugina 

Sembrerebbe che lui  stesso  sia stato  ispirato per i  suoi  amanti  dal  quadro di Francesco Hayez El Beso esposto  presso  la Pinacoteca di  Brera a Milano   

El Beso Francesco Hayez (1859)
El Beso
Francesco Hayez (1859)

La vita professionale di  Federico  Seneca ha inizio pilotando un idrovolante durante la Prima guerra mondiale: suo commilitone era Luigi  Fontana fondatore nel 1932 di FontanaArte che gli presentò Luigi  Buitoni  diventandone direttore artistico  della Buitoni – Perugina.

Negli  anni  a venire  Federico  Seneca si occupa di  altri  marchi importanti del  calibro  di  Ramazzotti, Cinzano, Carpano e altri. fino  a fondare una suo studio  di  grafica a Milano negli  anni ’50 che rivoluzionerà la creatività nel  fare manifesti pubblicitari ( questo dopo il fallimento  di una sua azienda di  design basata sulla produzione di oggetti derivati  dal  caucciù).

Parte delle  opere di  Federico  Seneca sono visibili  in questa pagina.

Breve, brevissima, storia del Bacio

Ovviamente, per concludere con dolcezza come si addice a una blogger come la sottoscritta, ecco la storia del  Bacio dolciario più famoso:

A darne la forma non poteva che essere una stilista e imprenditrice come Luisa Spagnoli che, insieme a suo  marito Francesco  Buitoni  e il socio Leone Ascoli, aprì nel 1907 un’azienda dolciaria nel  centro  di Perugia la quale  non poteva che  chiamarsi Perugina 

E’ lei che, nel 1922, inventò la delizia del Bacio composto  dalle schegge di  lavorazione delle nocciole impastate  con il cacao che andava a ricoprire una nocciola intera avvolta da cioccolato  fondente.

La storia del nome di questo  cioccolatino riporta che, a causa della sua forma grossolana assomigliante a un pugno  chiuso, doveva essere Cazzotti: potete immaginare l’imbarazzo che si  avrebbe avuto  regalando una confezione di  Cazzotti  anziché di  Baci….(comunque è una storia da verificare)

Infine, trovandovi  a passare per Perugia, sappiate che lì troverete il Museo Storico Perugina dove, oltre alla possibilità di seguire un corso della Scuola del  Cioccolato, potete conoscere la storia della Perugina.

Il Museo Storico della Perugina è il secondo museo  d’impresa in Italia sotto  la tutela della Soprintendenza dei  Beni Culturali.

Per la visita si richiede una prenotazione obbligatoria seguendo il link sul sito.

Alla fine del percorso museale è prevista una degustazione dei prodotti  della Perugina con possibilità d’acquisto (se poi volete fare dono all’autrice di  questo  blog di una confezione di Baci, lei  certamente ve ne sarà grata….)

Alla prossima! Ciao, ciao….♥♥