L’anello del Sassello (i sentieri della Liguria)

Caterina Andemme

Quando  viaggio  a piedi, a tre chilometri l’ora, sono  nella condizione di  sentire il mio  corpo  che funziona e di  capire quello che avviene fuori  di  me

Posso  osservare, toccare, fiutare, ascoltare il mondo.

Posso  fermare o ripartire come e quando mi pare, posso  contemplare, riflettere, sentirmi libero.

Conquistare lo spazio in un tempo  dolce, lento, che non assilla, che non corre.

Riccardo Carnovalini (brano  tratto  da un articolo per la rivista Airone luglio 1997)

La rete escursionistica in Liguria 

Più che di  mare per la Liguria si  dovrebbe parlare di montagna e collina: infatti, trascurando l’esile linea costiera, l’entroterra è il contraltare al  turismo marino (allegro e caotico) legato per logica alla sola stagione estiva.

Quindi la Liguria è terra di montagna da conoscere e apprezzare attraverso i suoi parchi  naturali e i   sentieri che li percorrono.

Infatti, considerando  l’Alta Via dei  Monti Liguri (che da Ventimiglia arriva  a Ceparana in provincia di  La Spezia) come un’asse orizzontale escursionistico che lega le due estremità della regione, a essa vanno aggiunti gli innumerevoli sentieri che ne fanno  da collegamento mentre altri che, non dipendendo dall’AVML,   sono lo  spunto per altre avventure nella natura.

Recentemente la Carta inventario  dei percorsi escursionistici in Liguria ha aggiunto  100 nuovi sentieri ai  preesistenti 651 raggiungendo così ben 4mila chilometri  di percorsi in totale.

Peccato che alla buona notizia segue l’insensata cancellazione di 540 ettari  di parco e ben 42 aree protette, provvedimento  voluto  dal leghista Stefano Mai (ne ho parlato in questo articolo)

Sassello: una lunga escursione ad anello 

Il paese di  Sassello può essere raggiunto con gli  autobus dell’Azienda Trasporti Pubblici  di Savona (ACTS) con partenza dalla stazione ferroviaria.

In auto  si  esce al  casello  autostradale di  Albisola e, dopo  aver svoltato  a sinistra, si prosegue per la SP 334 del Giovo 

Arrivati  sul posto  cerchiamo piazza Giacomo Rolla dove possiamo  parcheggiare.

l’anello ha una durata di  sette/otto  ore. Lungo il percorso  non vi  sono  fonti  per cui  è consigliabile riempire prima della partenza le nostre borracce (oppure invocare la pioggia con le danze apposite).

Dalla piazza, una volta entrati  nel  centro  storico  di  Sassello, raggiungiamo  piazza Concezione (sede del  Palazzo  comunale) da qui, seguendo  due triangoli  gialli posti  dalla FIE, inizia il nostro percorso: si prosegue in discesa lungo  via Pozzetto per poi  attraversare il rio  Sbruggia su  di un ponticello (cappella di  san Sebastiano) e,  dopo  aver attraversato un altro  rio,  si prosegue su  di una sterrata che costeggia il rio Renuda.

Superato  quest’ultimo rio termina la strada e inizia il percorso all’interno  di un bosco.

Dopo  circa un’ora di  marcia si  giunge al  Colle del Lupetto  (simpatico  come nome, non vi  sembra?) e, dopo mezz’ora al Colle del  Bergnon 

Questo itinerario riguarda la parte più occidentale del Parco  regionale Naturale del Beigua. offre la possibilità di attraversare una notevole varietà di  ambienti e non è infrequente l’incontro con animali  quali  daini  e caprioli.

Dal  Colle di  Bergnon, tralasciando il sentiero  di  sinistra contrassegnato  da tre pallini  gialli  che porta alla cima del monte Avzè, proseguiamo prima in piano e poi  con alcuni  saliscendi fino ad arrivare ai  ruderi  di  Casa Bandia (905 metri  di  quota).

I ruderi di Casa Bandia

Superata la casa (cioè i suoi  ruderi) passiamo  un ponticello  di legno  sul Fosso della Bandia risalendo  lungo una faggeta fino  ad arrivare al  Colle del  Giancardo (1001 metri  – 2h 30′: i tempi  di percorrenza sono soggettivi).

Dal  colle si incrocia il sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri  che porta verso il Monte Beigua (segnavia rosso – bianco AV)

Noi andremo  nella direzione opposta, cioè a destra lasciando  alle spalle il sentiero che abbiamo percorso i precedenza, iniziando  la discesa verso il Colle del  Giovo  

ATTENZIONE: abbiamo  effettuato  l’escursione nella primavera 2018  trovando una discreta parte del  sentiero completamente ostruito  dalla caduta di  alberi  e rami a causa di precedenti  eventi  climatici.

Occorre passarci in mezzo con cautela per ritrovare la traccia del percorso.

Dal Colle del  Giovo svoltiamo  a sinistra sulla strada all’incirca per 500 metri (direzione Albisola).

Arrivati  all’altezza di un distributore di  benzina ci  troveremo  di  fronte all’albergo  Zunino (ormai  chiuso  da anni) da qui  si  diparte il sentiero Colle del  Giovo – Forte Lodrino – Foresta del  Deiva (segnavia: barra con due pallini gialli).

E’ una vecchia strada militare che, dopo trenta  minuti  di percorso in salita, ci porterà al  bivio  per Forte Lodrino Superiore (essendo la fortificazione chiusa per evidenti motivi  di pericolo dovuti  alla sua fatiscenza, possiamo escludere la deviazione per la visita).

Proseguendo  con numerosi  saliscendi ed entrando  nella Foresta Demaniale del Deiva  si  arriva al Passo Salmaceto.

A questo punto abbiamo la possibilità di  scegliere tra due percorsi che, all’interno  del Parco  del  Deiva, portano  entrambi a Sassello passando per il Castello  Bellavista villa ottocentesca adibita oggi  a contenitore per eventi  culturali.

Il castello Bellavista

I due percorsi sopracitati (entrambi  della lunghezza all’incirca di  cinque chilometri)  formano un anello escursionistico  all’interno  del  Parco  del  Deiva, motivo per ritornarvi scoprendo così la suggestione di un ambiente completamente immerso  nella natura a poca distanza dal  centro  abitato.

Inoltre altri  sentieri  si  dipartono lungo il percorso  ampliando l’offerta per ulteriori escursioni.

Ancora un’ora di  cammino (in discesa) fino  ad arrivare alla Casa del  Custode oggi  sede del  Corpo  Forestale dello  Stato (o Carabinieri  forestali) all’ingresso  della foresta demaniale.

Usciti  dal  cancello  in poco  tempo  arriveremo  al punto  di  partenza di piazza Rolla.

FINE

Vi  auguro un buon fine settimana

Alla prossima! Ciao, ciao….

Un mondo di plastica (ma che sia bio)

Amo  Los Angeles.

Amo  Hollywood.

Sono bellissime. Sono tutte di  plastica, ma io  amo la plastica.

Voglio  essere di plastica

Andy Warhol 

Quando la plastica si  chiamava Moplen 

Quella che può definirsi come  archeologia televisiva ci rimanda a un tormentone del Carosello degli anni’60, cioè quando  un corpulento Gino Bramieri,  reclamizzando oggetti casalinghi in Moplen, terminava il suo spot ( anche  se allora gli intervalli pubblicitari  non si chiamavano  ancora spot) con  una cantilenante:

E’ leggero,  resistente, è leggero, resistente e inconfondibile mo’, e mo’, e mo’, e mo’, e mo’: Moplen

In quegli  anni  (felici?) il progresso non si  era ancora scontrato,  se non blandamente, con  emergenze climatiche  e buchi  dell’ozono: figuriamoci  se la plastica (il Moplen) poteva mai  diventare un problema.

Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963 insieme al chimico tedesco Karl Ziegler, aveva studiato a partire dagli anni ’50 un processo  di polimerizzazione del propilene, arrivando  alla produzione del polipropilene isotattico materiale ad alta resistenza meccanica (chiamato, per l’appunto, Moplen una volta commercializzato  dalla Montedison)

Il bando  europeo contro la plastica usa e getta

Lasciandoci  alla e spalle il mondo del Carosello  di  ieri, veniamo a uno dei problemi che assillano  oggi il nostro  ambiente, specie quello  marino: l’80 per cento dell’inquinamento  marino  è provocato  dalla plastica con ripercussioni nella catena alimentare in quanto  rimasugli  del materiale plastico è stato  trovato  nei pesci.

Il 27 marzo  2019 è stato  approvato dal  Parlamento  europeo il testo per la Riduzione dell’incidenza di  determinati prodotti  di plastica sull’ambiente che, a partire dal 2021, ne vieterà l’uso  e commercializzazione negli  Stati  membri  ( a seguire il testo provvisorio approvato)

direttiva europea plastiche

 

Tra questi  determinati  prodotti  di plastica possiamo  trovare cannucce, bastoncini cotonati, contenitori  per alimenti  in polistirolo  espanso, sacchetti di plastica osso – degradabile, piatti  e forchette di plastica  ma, incredibile a dirsi, il divieto ha una deroga nei  bicchieri di plastica vietando  solo  quelli in polistirolo  espanso (cioè quei  bicchieroni utilizzati per bere caffè lungo o  tè senza scottarsi  le dita).

Il futuro è nelle bioplastiche 

In commercio si  trovano  prodotti che sostituiscono quelli in plastica, che fanno parte dei cosiddetti  materiali  Green,   ma il loro  difetto è quello  di  essere ancora troppo costosi  affinché vi  sia un loro  uso più generalizzato.

Questo non ferma il mondo  della ricerca nello  studiare la possibilità di  ricavare bioplastiche dai  materiali vegetali  di  scarto: di  seguito, nell’infografica, alcune di  queste soluzioni

 

bioplastiche

Aspettando  che il Nuovo mondo sia più pulito  e rispettoso  dell’ambiente non mi resta che salutarvi.

Alla prossima! Ciao, ciao…

La Valle delle Meraviglie: un itinerario per ammirare le incisioni rupestri

Il Cristo - Valle delle Meravilgie
Il Cristo
Ph: Philippe Kurlapski

Nella Vallée des Merveilles sono  state scoperte più di  35.000 incisioni rupestri  preistoriche, tra le quali numerosi  figure di  armi (pugnali  e alabarde) risalenti soprattutto all’età del  rame (III millennio  a.C.) e in misura minore all’antica età del  Bronzo (2200- 1800 a.C.).

Incisioni rupestri Valle delle Meravilgie

Sono presenti  anche figure più antiche, in particolare reticolati  e composizioni  topografiche (nell’area di  Fontanalba) databili  al  Neolitico (V e IV millennio a.C.)

Estratto  da Wikipedia alla voce La Valle delle Meraviglie

La Valle delle Meraviglie brevissimamente 

Il nome Valle delle Meraviglie fu  utilizzato per la prima volta nella Storia delle Alpi  Marittime scritta dallo  storico Pietro  Gioffredo (Nizza, 16 agosto 1629 – Nizza, 11 novembre 1692), quindi ritroviamo  il toponimo nella carta del Theatrum Statuum Sabaudiae  (1682) e in quella di  Jean- Baptiste Nolin del 1691.

Il toponimo  è quello  che ancora oggi  viene utilizzato a indicare quella particolare zona delle Alpi  Marittime

Due parchi naturali interessano  l’area delle Alpi  Marittime: il Parc national du Mercantour e il Parco  naturale delle Alpi  Marittime.

I due parchi dal 1987 sono gemellati e proposti  come patrimonio  universale dell’umanità dall’UNESCO

Itinerario 

Prima di  descrivere l’itinerario  che da Casterino  porta al  Lac Vert di  Fontanalba, il mio  suggerimento è quello di  visitare prima il Musée départemental   des Mervelleis  a Tende che, oltre essere un valido  punto di partenza per la conoscenza della storia della Valle delle Meraviglie, è il centro  di  ricerca per l’arte rupestre del  Monte Bego.

Dopo la Seconda guerra mondiale la Francia ottenne l’ammissione dei  territori  di  Tenda e Briga come disposto nel  trattato  di pace firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 entrato in vigore il 15 settembre 1947.

Da Casterino al Lac Vert di  Fontanalba (…seguitemi) 

 

L’autrice durante una sosta presso la Casa del Parco (Gias des Pasteurs)

Naturalmente l’itinerario  che vi propongo  è solo  uno dei  tanti  che possono  essere effettuati in questo   meraviglioso parco  naturale, vi  basterà una ricerca  in rete per avere una miriade di  risultati.

Vi  ricordo, inoltre,  che alcuni sentieri non possono  essere percorsi  se non con l’accompagnamento di una guida del  Parco ( non quello da me proposto).

La partenza è da  Casterino (1.546 m.), raggiungibile da St-Dalmas de Tende con la RD 91, dove si  trova anche la Casa del  Parco  con annesso  ufficio  di informazioni aperto  solo  nel periodo  estivo.

 

Da Casterino prendiamo  il sentiero  contrassegnato dal  segnavia n.391 (direzione Lac Vert e rifugio  Fontanalba): è una vecchia strada militare che attraversa una bella foresta di  larici.

Si  arriva,  quindi, alla Vastiére Médiane (ricovero  stagionale dei  pastori) e proseguendo si  arriva nei pressi  del Refuge de Fontanalbe (2018 m) raggiungibile seguendo il segnavia n. 389. 

Noi, invece, andiamo  avanti  fino  a raggiungere in breve l’ingresso della Valle delle Meraviglie alla quota di 2130 metri (segnavia n. 387).

Da qui in poi entreremo  nell’area a protezione totale dove un guardaparco (nel mio  caso una guardaparco) ci  darà tutte le informazione per una corretta visita del sito.

Seguiamo  le indicazioni verso  la Via Sacra: un ripido  canalino della lunghezza di una settantina di  metri che presenta un affioramento  roccioso  inclinato  con incisioni  rupestri .

 

La Via Sacra
© caterinAndemme

Una volta in cima il percorso  scende incontrando per prima la Casa del  Parco  nei  pressi del Gias des Pasteurs quindi, superando  due laghetti  affiancati, si  procede in direzione del  Lac Vert caratterizzato  dall’avere nel suo  centro un isolotto   con sette larici.

Nei pressi del  lago, deviando  sulla sinistra, si incontrano  altri  massi  con incisioni.

In breve arriveremo di nuovo  all’ingresso della zona protetta  per ridiscendere verso  Casterino seguendo  l’itinerario  dell’andata.

La durata del percorso  è di  circa cinque ore, escludendo  le soste per ammirare le incisioni  rupestri e mangiare un panino (anche lo  stomaco  ha i  suoi  diritti)

Alla fine dell’articolo  troverete una galleria fotografica che illustra il percorso.

Alla prossima! Ciao, ciao…


Galleria fotografica (© caterinAndemme)

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Casa, dolce casa (ma l’inquinamento indoor?)

Cento uomini possono creare un accampamento, ma serve una donna per fare una casa.

Proverbio  cinese

Basta un uomo  per fare della casa un accampamento

Caterina Andemme  

Casa dolce casa? Attenti  all’inquinamento indoor 

Ma tutto  dipende dall’uomo con cui  condividete vita e appartamento: c’è il tizio irrimediabilmente disordinato e quello  moderatamente disordinato. in ogni  caso, non essendoci  speranza nell’educare l’Homo  casalingus  all’ordine,  non possiamo attribuirgli  le colpe dell’inquinamento indoor se non quando si ostina a fumare in casa oppure a grigliare l’unico pesce che, nella sua vita da pescatore, è riuscito a pescare  (magari  si  trattava di un pesce suicida per amore)

 

Inquinamento indoor

 

Naturalmente per rendere la nostra casa appunto una Casa, dolce casa possiamo  seguire i  semplici  consigli che l’Istituto  Superiore di  Sanità ha evidenziato  nel  seguente opuscolo

 

Opuscolo_Aria_Indoor

 

A questo possiamo  aggiungere un’altra lista di  cose da fare, e cioè:

  • Non eccediamo con i prodotti  di pulizia domestica (quindi niente autobotte e idranti)
  • Una o  due candele profumate possono  dare una bella sensazione nirvanica, di più sembrerà di  vivere in una serra a 50° all’ombra con i fiori marcescenti
  • Cambiamo  frequentemente l’aria di  casa, anche d’inverno, anche se piove o nevica (ma poi mettete i pinguini  alla porta)

Le piante in casa sono un beneficio all’ambiente indoor 

Non c’è bisogno  di  trasformare la casa nella foresta amazzonica per avere indubbi  vantaggi  sulla salubrità dell’ambiente domestico.

Kamal Meattle, attivista ambientalista e CEO del Paharpur Business Center & Software Technology Incubator Park di  Nuova Delhi ha indicato in tre specie di piante quelle più adatte allo  scopo:

La Palma areca ( Dypsis lutescens); la Lingua della suocera (non c’entra nulla con la vostra suocera, ma si tratta dell’epiphyllum)  e infine l’Epripremnum aurureum

Ovviamente, oltre alle tre specie citate, tutte le piante, oltreché essere belle da vedere, aiutano in misura diversa contro l’inquinamento indoor.

Alla fine dell’articolo troverete l’anteprima del  libro Fiori  e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino  e in campagna di Luciano Cretti.

Alla prossima! Ciao, ciao… 


Anteprima del libro Fiori e piante: da coltivare in casa, terrazzo, giardino e in campagna di  Luciano Cretti 

 

Da Instagram alla prima fotografia (passando da Arles)


Le tue prime 10.000 fotografie sono le peggiori

Henri  Cartier Bresson 

Da Instagram alla prima fotografia

 

La prima fotografia
La prima fotografia: Veduta da una finestra di una casa a Le Gras

La domanda che vi  faccio  oggi  è questa: la bella fotografia esiste ancora?

Se andiamo  a guardare l‘universo  diluviale delle immagini postate su  Instagram,  la maggior parte di  esse possono essere definite come piacevoli, belle, stupende: ognuna uguale all’altra.

Escludendo a priori quelle foto  di chi si  auto – promuove dichiarandosi personaggio  pubblico  (qualcuno  mi può dire cosa implica o cosa si  vuole comunicare definendosi personaggio pubblico?), quella che può sembrare  una mia critica (in effetti lo è) non è tanto  rivolto  alla qualità delle foto (ripeto belle, piacevoli e stupende) ma alla standardizzazione, soprattutto nelle immagini di panorama, dovuto  a un uso  esasperato  di Photoshop  e  della tecnica HDR    falsando, quindi, la realtà di ciò che lo  sguardo vede in vivo.

Voi  che siete attente lettrici potete accusarmi di  aver preso come spunto  di  questo mio BLABLABLA  quello  che il regista – documentarista Marco  Rossitti ha scritto  nel  secondo libro  della collana Montagne incantate: a parte il  consigliarvi  l’acquisto  di  questi libri  (dodici  in tutto con cadenza mensile), vi  dico solo  che si  tratta solo di una convergenza di pensiero.

La prima fotografia 

Per quanto  possa essere sgranata e priva di  ogni  significato estetico, l’immagine  nel  sottotitolo ha la particolarità di  essere considerata come il primo scatto  dell’arte fotografica: nel 1827 Joseph Nicèphore Niépce la realizzò osservando il panorama dalla finestra di una casa a Le Gras in Borgogna (altre fonti riportano  che il paese fosse Saint – Loup de Varenne)

Per quello  che era in effetti un esperimento, Niépce utilizzò una lastra di peltro coperta da Bitume di  Giudea preventivamente sciolto in olio  di lavanda.

Il Bitume di  Giudea è una miscela contenente bitume, standolio, argilla e essenza di  trementina.

Questa miscela è solubile nell’essenza di lavanda, ma può essere anche sciolta nell’alcool etilico e indurisce se esposto  alla luce

Fonte Wikipedia  

In seguito  la lastra venne esposta al sole per otto ore, dopodiché lavata con trementina e olio  di lavanda: questa tecnica inventa da Niépce non era altro che l’eliografia 

La prima fotografia venne donata da Niépce a Francis Bauer, progettista di  giardini  e membro della Royal Society, il quale tentò di interessare l’Associazione per ottenere finanziamenti allo  scopo di promuovere quella nuova invenzione, ma il risultato  di  questo interesse fu pari  al nulla.

Nel 1952, in Inghilterra, lo storico  della fotografia Helmut Gernsheim ritrovò fortuitamente l’immagine per consegnarla alla storia come il risultato di una riproduzione di un paesaggio

Le Rencontres de la Photographie 2019 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Arless

 

Non potevo  che concludere segnalandovi  la 50° edizione de Le Recontres de la Photographie nella città  provenzale  di  Arles dal 1 luglio  e fino  al 22 settembre di  quest’anno.

Per celebrare il cinquantenario di  questa importante manifestazione dedicata alla fotografia di  ricerca ( sarebbe più giusto parlare di Fotografia d’arte) il programma prevede 50 mostre divise in 8 sezioni distribuite in 24 siti  nella città di  Arles già ricca di monumenti  storici di  epoca romana e medievale.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Un picnic mancato sul Monte Kenya

Marceremo  a piccole tappe, ridendo  lungo il cammino

dei  viaggiatori  che hanno  visto  Roma e Parigi: nessun ostacolo potrà fermarci;

e abbandonandoci allegramente alla nostra immaginazione,

la seguiremo ovunque avrà voglia di  condurci

Xavier De Maistre

Nessun picnic sul Monte Kenya per Felice Benuzzi 

Xavier De Maistre scrisse Viaggio intorno  alla mia camera (da cui sono tratte le parole all’inizio dell’articolo) durante i 42 giorni di  confinamento nel  suo  alloggio inflitti dal  suo  superiore: girovagò in lungo  e largo per quella stanza trovando l’ispirazione per scrivere e fuggire dalla monotonia della prigionia.

La prigionia di Felice Benuzzi (Vienna, 16 novembre 1910 – Roma, 4 luglio 1988) non era misurata dai passi  percorsi  lungo  la parete di una stanza, ma era pur sempre una condizione in antitesi con la libertà.

Per questo pensò di  riprendersi il senso  della vita scalando quella montagna che ogni  giorno vedeva dal  suo  campo  di prigionia: il Monte Kenya.

 

 

Felice Benuzzi nasce a Vienna (da madre austriaca e padre italiano) ma la sua giovinezza è  a Trieste che lascia per poi laurearsi  in giurisprudenza a Roma.

E’ una persona molto  atletica, ottimo  nuotatore tanto da partecipare a importanti  campionati internazionali di nuoto (immagino  piazzandosi anche nei primi  posti: voi ne siete a conoscenza?).

Ma è durante il suo  periodo  triestino che impara ad apprezzare la montagna dedicandosi all’alpinismo nelle Alpi Giulie, nelle Dolomiti e nelle Alpi Occidentali, avendo  come compagni  di  cordata personaggi  del  calibro  di  Emilio Comici   

Durante la Seconda guerra mondiale viene inviato in Etiopia, precisamente ad Addis Abeba,  per ricoprire la carica di  funzionario  governativo. quando  nell’aprile del 1941 la capitale etiopica viene occupata dagli inglesi, Felice Benuzzi verrà fatto prigioniero e, separandosi dalla moglie e dal figlio, verrà inviato nel  campo  di prigionia 354 a Nanyuki alle pendici  del  Monte Kenya.

L’idea per una fuga

Felice Benuzzi ( a sinistra nella foto) durante la sua prigionia al campo 354 in Kenya

Il Mozambico  è troppo  lontano  per arrivarci  e salpare su  di una nave in direzione dell’Italia: ma in qualche maniera bisogna reinventarsi  la vita,  abbattere la noia, avere uno scopo.

E lo scopo  è lì,  in quei 5.199 metri  di montagna da scalare e conquistare (anche per l’amore patrio).

Sa benissimo  che da solo  non può farcela, quindi sonda tra gli  altri prigionieri  italiani  chi vorrà aderire a questa sua idea di  fuga trovando due compagni:  Giovanni Balletto  e Vincenzo Barsotti 

I tre incominciarono  a chiedere informazioni (con noncuranza per non ingenerare sospetti) ai loro  carcerieri  sull’ambiente e sugli animali  feroci  che si potevano incontrare all’esterno  del  campo.

Poi, ovviamente sempre di nascosto, costruirono  la loro  attrezzatura e accumularono  cibo necessario  alla sopravvivenza.

Il 24 gennaio  1943 i  tre evasero  dal  Campo  354: a loro  disposizione, come unica mappa del  territorio, hanno l’etichetta di una scatola di  carne che raffigura il versante meridionale della montagna, mentre loro  dovranno  affrontare la via più impegnativa posta a nord.

I giorni  trascorrono non senza problemi tra incontri  con animali  selvatici e le riserve alimentari che incominciano  a scarseggiare inoltre, a rendere la situazione ancora più precaria, Barsotti  si  ammala e dovrà rimanere a riposo in una tenda di  fortuna.

Il 4 febbraio Benuzzi insieme a Giovanni  Balletto tentano  l’ascesa alla cresta ovest del Batian  ma vengono  respinti  dalle condizioni  climatiche avverse.

Avranno  maggiore fortuna due giorni  dopo  quando  arrivano  in cima alla Punta Lenana come segno  della loro impresa il tricolore ricavato  da alcuni pezzi  di  stoffa cuciti  insieme (la bandiera verrà ritrovata anni  dopo  da alcuni scalatori  kenioti).

Ormai stanchi  e affamati comprendono  che l’unico modo  per sopravvivere è quello  di  riconsegnarsi alle autorità inglesi  a Nanyuki

Il generale Platt, a comando  del  campo  354, dapprima li  condanna a ventotto  giorni di  isolamento che vengono ridotti  a sette come riconoscimento alla loro impresa sportiva (si sa: gli inglesi  ci  tengono  a queste cose

Il libro

L’avventura di Felice Benuzzi  e dei  suoi  due compagni  verrà raccontata dal protagonista nel  libro Fuga sul Kenya tradotta in più lingue – tra cui  l’ inglese  No picnic on Mount Kenya da cui  ho preso  spunto  per il titolo  di  quest’articolo – che è diventato un bestseller tra i  libri  dedicati alla montagna.

Non ho  trovato un’anteprima in lingua italiana ma solo  quello originale inglese che troverete alla fine (potrà sempre servirvi  come ripasso nello  studio  dell’inglese).

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del libro  No picnic on Mount Kenya di Felice Benuzzi

 

In viaggio con Ibn Battuta nel dār al-Islām

Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327
Ibn Battuta in visita alla città persiana di Tabriz nel 1327

E non c’è nulla di  più bello dell’istante che precede il viaggio,

l’istante in cui  l’orizzonte del  domani  viene a renderci  visita e a raccontarci le sue promesse.

Milan Kundera 

29 anni: il viaggio  di  Ibn Battuta 

 

Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett
Ibn Battuta in Egitto, in un’illustrazione di Léon Benett

Oggigiorno mettersi in viaggio  per 29 anni  significa che la nostra destinazione prossima potrebbe essere Marte o  qualche pianeta posto  qualche anno luce più in la.

Per poterlo  fare, però, dobbiamo  aspettare che la tecnologia ci  fornisca i  mezzi  adatti  (ma poi  cosa ci  sarà mai  di  così interessante dal punto  di  vista turistico  su  Marte?), mentre nel 1325 l’unico  mezzo per esplorare il mondo  conosciuto  erano gli  estenuanti  viaggi  via mare e quelli, non meno  estenuanti, a dorso  di  cammello o cavallo.

Perché ho scelto  proprio il 1325?

Perché questo è l’anno  d’inizio  di un viaggio lungo per l’appunto ventinove anni compiuto da Abu’ Abdallah ibn  Battuta (Tangeri, 25 febbraio 1304 – Fès 1369) storico,  giurista e, per quello  che riguarda quest’articolo, considerato il più grande viaggiatore dell’ epoca pre- moderna.

Da subito il confronto che viene in mente è con il nostro  Marco  Polo ( Venezia , 15 settembre 1254 – Venezia, 8 gennaio 1324) : ma la differenza tra il viaggiatore veneziano  e Ibn Battuta è che il primo  si  avventurava in un mondo allora  poco  conosciuto lungo  la Via della seta  – riportando ne Il Milione la cronaca della sua peregrinazione in Asia, anche se alcuni episodi  non sembrano  essere veritieri – mentre il secondo viaggia nel  dār al -Islām (dimora dell’Islam) quindi  in quelle terre situate in India, Indonesia, Asia centrale e il  Sudan occidentale dove si professava la religione islamica. 

Pur possedendo come substrato culturale una matrice islamica, ognuno di questi Paesi si distingueva l’uno dall’altro per tradizioni e cultura costituendo, nell’insieme, un mondo cosmopolita e culturalmente vivace.

Le tappe del  viaggio  di  Ibn Battuta

 

L'itinerario di Ibn Battuta
L’itinerario di Ibn Battuta

 

Come ho  scritto precedentemente Ibn Battuta nasce a Tangeri  nel 1304 in una facoltosa famiglia di  giuristi.

Nel 1325, all’età di  ventuno anni (solo un anno prima era morto  Marco  Polo ) e dopo  essere diventato lui  stesso un giurista,  lasciò Tangeri per recarsi  alla Mecca in pellegrinaggio: l’inizio del viaggio durò all’incirca un anno  e mezzo dandogli   la possibilità di  visitare il Nordafrica, l’Egitto, la Palestina e la Siria.

Nel 1328 imbarcandosi  e viaggiando lungo  la costa orientale dell’Africa raggiunse quella che oggi è la Tanzania.

Nel 1330 si  spinse fino  all’India dove divenne giudice (qadi) presso il governo  del  sultanato  di  Delhi.

Nel 1334 il sultano  stesso gli  affidò il comando  di  una missione diplomatica presso la corte dell’imperatore mongolo in Cina: la spedizione finì in un disastro  a causa di un naufragio  lungo  le coste sud – occidentali indiane.

Ibn Battuta, a questo punto, non aveva più risorse per ritornare indietro,  ma non per questo si perse d’animo: per due anni  viaggiò nell’India meridionale, Ceylon e le Maldive (dove per circa otto mesi  ritornò a ricoprire la carica di qadi).

Nel 1345 arrivò via mare (e a proprie spese) in Cina, ma prima toccando  il Bengala e visitando la costa della Birmania e l’isola di  Sumatra, quindi proseguendo  verso  Canton.

Nel 1347 ritornò  alla Mecca dove partecipò alle cerimonia dello  hagg  (il grande pellegrinaggio  alla Mecca)

nel 1349 era di  nuovo in Marocco, a Fez,  ma per poco  tempo: l’anno  dopo  era in viaggio verso  lo Stretto  di  Gibilterra e da qui  visitò Granada in Spagna e, tanto per non farsi mancare nulla, fece una traversata del Sahara con una carovana di  cammelli fino al regno  del Malì.

Ritornò a Tangeri  nel 1355

Il libro

Il sultano  del Marocco Abu ‘Inan nel 1356 affidò a ibn Juzayy  il compito  di  registrare le esperienze  di  Ibn Battuta ponendolo  sotto la forma di Rihla cioè un’opera letteraria in parte biografica e in parte compendio descrittivo.

Il libro  rimase sconosciuto in occidente fino  al XIX secolo, quando  due studiosi  tedeschi, separatamente, pubblicarono la traduzione ricavate dai  manoscritti in arabo.

Non conosco  l’arabo e quello  che vi posso  offrire è l’anteprima del  libro I viaggi di  Ibn Battuta (alla fine dell’articolo  dopo il consueto  saluto)

Alla prossima! Ciao, ciao…


Anteprima del  libro I viaggi  di  Ibn Battuta

 

Bit & Flops: dal computer di casa ai supercalcolatori

I computer sono inutili.

Essi  possono  dare solo  risposte

Pablo Picasso 

Bit & Flops

Quando  Pablo  Picasso pronunciò la frase che introduce quest’articolo (sempre che lo  abbia fatto) i primi  computer entravano nelle case, mentre Arpanet (l’antenato di Internet) era ancora militarizzata.

Comunque la potenza di  calcolo dei primi processori casalinghi era infinitamente più bassa di un comune smartphone di oggi, figuriamoci  quando  parliamo di  supercomputer.

Se vi  trovate a passare dalle parti  di Ferrera Erbognone (in provincia di  Pavia) sappiate che non vi  è nulla di particolare per cui  meriti una visita: sennonché,  dopo  che mi sono  inimicata tutti i ferrerini  (così si  chiamano gli  abitanti  di  questo paese della Lomellina) qualcosa di particolare c’è: la presenza di un supercalcolatore  capace di svolgere  22,4 miliardi  di operazioni matematiche al  secondo: è Hpc4 di proprietà dell’ENI, il suo  scopo è quello  di  scoprire giacimenti  di petrolio  e gas naturale.

 

 

Hpc4, pur essendo un mostro  di  calcolatore, si pone al 15° posto della classifica Top 500 dei  computer più potenti al mondo

Questa lista  viene aggiornata due volte l’anno  nel  mese di  giugno e novembre (l’ultima classifica risale quindi  a novembre 2018) .

Attualmente a detenere il primo  posto in questa particolate classifica è il supercomputer dl Oak  Ridge National  Laboratory composto  da 2.397.824 core (il nostro  ne ha solo 253.600)

 

 

A parte i  costi dei  supercomputer e loro  gestione (si parla di  cifre pari a diversi  milioni  di  euro), è ovvio che trattandosi di  macchinari monstre per il loro  funzionamento occorrono equipe di  ingegneri in grado  di  creare modelli  matematici inerenti  ai  problemi  che si  vogliono  gestire, quindi il tutto registrato in un software implementato sul supercomputer.

 

Aspettando  di possedere una macchina che non si impalli come il vetusto PC che, però, mi è di  fondamentale aiuto per scrivere questo  blog, vi ricordo  che potete lasciare un messaggio direttamente dal  sito o un commento (a cui  risponderò in tempi (più o  meno) celeri), oppure iscrivervi  alla newsletter per essere aggiornati sugli ultimi  articoli  pubblicati.

Alla prossima! Ciao, ciao…

Camminare ascoltando i nostri piedi: è il Barefooting

Liberare i piedi  è alla base del  Barefooting, filosofia che sta raccogliendo sempre più seguaci.

Perché piace? perché è liberatoria.

All fine di una giornata sui  trampoli, non a caso, il godimento più grande è lanciare le scarpe fuori  dal radar.

Ma c’è di  più.

Camminare scalzi è salutare.

A cosa serve?

Concordano  gli  esperti: alla circolazione del sangue, ai piedi  stessi che si  rafforzano, a migliorare la termoregolazione e la postura, permette un massaggio naturale soprattutto su  superficie ruvide.

Ma soprattutto, ha il potere di  regalare pace alla mente.

Irene Maria Scalise  

Camminare, camminare e ancora camminare ascoltando i nostri  piedi 

Non so se quell’uomo vestito  elegantemente, che ho incrociato in un mattino di  novembre nella via principale di Genova (via XX settembre per chi  di  Genova non è) fosse un cultore  del  Barefooting, ma quel  suo  camminare a piedi  nudi – a parte un anello nel minolo,  cioè il quinto dito  del piede partendo  dall’alluce – mi ha lasciata alquanto perplessa perché, notoriamente, le strade delle nostre città non sono i  luoghi igienicamente più soddisfacenti per una simile pratica.

Cosa ben diversa se le nostre estremità assaporano la tenerezza dell’erba o l’acqua (quasi  sempre gelida) di un torrente.

D’altronde i  nostri antenati camminavano a piedi  nudi (ben prima dell’invenzione del famigerato  tacco 12) e chissà quante cacche di  mammut hanno calpestato..

Il piede: componenti

 

I nostri piedi, quindi  sono autentiche macchine da guerra, strutture complesse che dobbiamo riscoprire: anche camminando  a piedi  scalzi in casa.

In ogni  caso non possiamo pretendere di  camminare ovunque a piedi  nudi: no ai marciapiedi  delle città, tanto  meno  su  sentieri che richiedono calzature adatte a percorrerle, ancora meno camminare a piedi  nudi  sui  carboni  ardenti  (pratica che trovo un pochino  idiota).

Il Barefooting ha i  suoi  luoghi nati appositamente dove poterlo  praticare in tutta sicurezza e tranquillità, ad esempio il Trentino offre 8 percorsi di Natural Wellness ai piedi  delle Dolomiti, oppure spostandoci più a sud nel  Lazio a Vitorchiano (nella Tuscia) c’è il Parco  dei  5 sensi che offre giornate di  benessere con camminate a piedi  nudi, yoga e musica all’aperto  (ovviamente si  mangia bio).

Sul Barefooting si sono scritti  anche dei libri: per l’anteprima di  fine articolo ho scelto Con la terra sotto i piedi  di  Andrea Bianchi

Buona lettura, buon fine settimana e (eventualmente) buone camminate a piedi  nudi.

Alla prossima! Ciao, ciao...

Anteprima del libro  Con la terra sotto  i piedi  di  Andrea Bianchi

Copertina del libro Con la terra sotto i piediPerché, e come, una camminata a piedi nudi negli spazi di un antico giardino, sulla neve e sulle rocce dolomitiche d’alta quota o lungo le alture riarse di un’isola della Grecia può farci tornare bambini, nuovamente in contatto con le energie primordiali di una Madre Terra a cui la nostra vita è intimamente connessa?

Andrea Bianchi ci aiuta a rispondere a questa domanda attraverso un viaggio nella Natura, ma anche verso le radici profonde della nostra Anima: levandoci le scarpe per togliere ogni possibile filtro al contatto con gli elementi naturali, ci troveremo su un percorso la cui traccia invisibile emerge un passo dopo l’altro. Un cammino lungo il quale si sviluppano l’attenzione mentale e l’equilibrio del corpo, il radicamento con la Terra e la capacità di volare lontano, “al di là dei confini del mondo”, come i trenta uccelli di cui narra la poesia mistica persiana. Incontreremo così i temi più attuali dell’ecologia – la biofilia, l’amore innato dell’uomo per la vita – e gli insegnamenti spirituali della Filosofia perenne, e assisteremo al colloquio in una notte senza tempo con il centenario Spiro Dalla Porta Xydias, lo scrittore e alpinista cantore del “sentimento della vetta”.

Giungeremo infine, a piedi nudi, nelle Terre Alte, al limitare del punto di ascolto perfetto, da cui si possono udire le vibrazioni più sottili di quell’armonia universale che ci fa sentire vivi.

Un viaggio e un racconto dopo il quale ripartirete subito alla ricerca del sentiero erboso più vicino per togliervi le scarpe, e camminare con la Terra sotto i piedi.

Mp3 vs Alta Fedeltà ( ma sempre a pagamento)


Il primo mp3 

Tom’s diner di  Suzanne Vega ha su  di  me un effetto  calmante, direi  ipnotico: come quando un cobra ondeggia seguendo il suono  di un flauto.

A parte ogni mia disgressione sugli  effetti che il brano  ha su  di me (diffido da ogni  cosa che striscia, quindi mai  vorrei  diventare una femmina-cobra), Tom’s diner è passato alla storia musicale come il primo motivo  a essere codificato  nel  formato  digitale Mp3:

La nascita del  formato audio mp3, avvenuta tra la fine degli  anni’80 e inizio anni ’90, fu  dovuta dal team internazionale guidato  dall’ingegnere italiano Leonardo  Chiariglione e di  cui  faceva parte anche l’ingegnere di  elettronica e matematico  tedesco Karlheinz Brandenburg .

Furono loro appunto  che, per saggiare la traccia audio una volta codificata in Mp3, utilizzarono il brano  di  Suzanne Vega.

Alla commercializzazione dell’mp3 ne segue, negli  anni  successivi, il suo  utilizzo  per il filesharing  e la conseguente nascita di programmi  e siti costruiti allo  scopo: uno fra tutti Napster.

Con la piattaforma Napster, lanciata nel 1999 dai due giovani  fondatori Shawn Fanning e Sean Parker, il mondo  discografico di  allora cambia, subendo in qualche maniera la condivisione dei  brani a danno  del  copyright

 Naturalmente l’industria discografica va subito  all’attacco  di  Napster e dei  suoi  cloni con azioni  legali che, pur vedendo  la chiusura delle piattaforme di  filesharing, non potrà fermare l’onda della condivisione Peer-to-peer attraverso  la tecnologia (o protocollo)  BitTorrent 

Oggi, però, il fenomeno  della pirateria è stato  ampiamente ridimensionato con lo streaming offerto da Netflix e, soprattutto per la musica, da Spotify e Apple Music  (se l’argomento è di  vostro interesse vi consiglio la lettura dell’articolo  di  Wired….ma poi ritornate qui!!)

Si  ritorna all’alta fedeltà

Non solo  il mondo  del vinile si  prende la rivincita sul formato  mp3, ma esiste anche la possibilità di  ascoltare brani musicali in alta fedeltà utilizzando  codec lossless  (senza perdita) come FLAC (Free Lossless Audio  Codec) utilizzato  negli  studi  di  registrazione.

 

Tidal è la società USA da poco in Italia che offre per 19,99 euro mensili l’ascolto di 165.000 brani in  alta qualità audio (oltre che 75.000 video in HD) , sia nella versione desktop che con l’app per dispositivi  mobili.

La sfida a Spotify è aperta.

Alla prossima! Ciao, ciao…


– Playlist –