Pane libero, (ri)scoperto e ancora dimenticato

Spighe di grano
caterinAndemme ©

Pane libero

Quando per mancanza di  tempo  non riesco  a comprare il pane in un panificio  ( e dove se no?), mi affido  a quello  venduto in un supermercato  vicino  casa (il cui nome inizia con la C e termina con la P, mentre in mezzo vi sono  due O).

La qualità di  questo pane va dalla consistenza del  caucciù (ottima per rafforzare i muscoli mascellari)  alla  sensazione del  sapore di  polistirolo  cotto  al forno.

La trovata sapientemente ironica nel  dare il nome al marchio  sta nel  fatto  che il prodotto  esce dalla Casa di  Reclusione di  san Michele di  Alessandria.

In collaborazione con la cooperativa Pausa Caffè, alcuni  reclusi, regolarmente stipendiati  e con turni  part-time,  si  danno  da fare intorno al  forno  a legna rotante di  cinque metri  di diametro (enorme!!!) per sfornare 10 tonnellate al  mese di ottimo pane biologico.

Un po’ di infarinatura storica

Tralasciando  se il pancarrè sia stato  commercializzato prima negli Stati Uniti nel 1930, oppure sia  nato  a Torino, con un legame di  detto popolare  che lo  collega all’ultimo  boia della città sabauda (la storia la trovate qui)  parliamo, comunque, di pane in era moderna.

Allora vi  domanderete quando i denti  dei nostri  antenati  hanno  assaggiato per la prima volta questo  alimento base per la dieta umana?

Nel 2004 un’equipe di  archeologi  israeliani che stavano  effettuando gli  scavi  di un sito  (Ohalo II) nei pressi  del Lago  di  Tiberiade , trovarono i resti di una rudimentale macina con residui  di orzo  e grano.

Dalle analisi del  residuo  vegetale si  è stabilito la datazione risalente all’incirca 22.000 anni  fa. Ovviamente non si  trattava del pane come lo  conosciamo  noi oggi, quanto piuttosto  di  focacce di  semi  riscaldate su  di una roccia: un po’ come quando io metto  del pane a grigliare per fare delle bruschette e, dimenticandole sul fuoco, trasforme le fette in puro  carbone.

Se, invece, vogliamo parlare del primo pane lievitato dobbiamo andare nell’Egitto  del 1000 a.C.: gli antichi   egiziani  utilizzavano grano, orzo  e farro per produrre il pane attraverso l’utilizzo del lievito  di  birra.

Se siete interessati  all’argomento troverete in questo Pdf tutto il necessario per saziare la vostra curiosità (in lingua inglese).

Il pane dimenticato

Quanti  tipi  di pane conoscete?

Immagino  che, partendo  dalla comune baguette fino  al pane carasau , le varietà che state elencando  sono molteplici.

Eppure vi  sono  dei pani  dimenticati appartenenti  alla storia culinaria di ogni  singola regione, a riempire questa lacuna ci  ha pensato Rita Monastero  con il libro I pani  dimenticati (alla fine del post l’anteprima)

Si parte dal Friuli Venezia Giulia, regione che al pane dedica l’omonimo museo con sede a Trieste, in Via del Pane Bianco, e si prosegue toccando tutte le regioni, da nord a sud, da est a ovest per un viaggio culinario alla ricerca dei pani che in pochi ricordano, conoscono e continuano a fare in casa. Un ricettario che racconta piccole grandi storie e svela i segreti celati in tante tipicità italiane. Ricette tradizionali carpite a chi le custodisce, in alcuni casi con varianti per rendere il prodotto più affine ai gusti moderni, anche sostituendo ingredienti che oggi non si trovano facilmente, o non in tutta Italia. 100 ricette, tutte fotografate, raccontano altrettanti pani dimenticati. Non solo quelli classici a base di acqua e farina, ma anche quelli farciti, dolci, e ancora grissini, pizze, focacce, torte dalla consistenza ruvida e dal sapore rustico.

Per concludere un piccolo  proverbio  francese legato  al pane:

Senza pane e senza vino, l’amore è nulla

Alla prossima! Ciao, ciao………..


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