Quando lo sport è per lo meno strano

Spring
Caterina Andemme ©

 

Ci  sarà pure un senso  nel  gioco  del  curling ma per me rimane un mistero  di  come possa piacere.

Detto  questo, inimicandomi per sempre qualche sparuto  appassionato del  curling capitato per caso  a leggere il mio  blog, altre discipline (cosiddette) sportive mi lasciano  alquanto perplessa.

Due esempi  sono i  seguenti:

Chessboxing 

Lo (il, la?) Chessboxing è un’  ibridazione, o  chimera,  tra il gioco  degli  scacchi ed il pugilato.

In pratica, come un normale incontro di  boxe, i due contendenti  se le danno  di  santa ragione su  di un ring: solo  che, in questo  caso, i  round si  alternano tra i  minuti  di pugilato e quelli  dedicati  alla scacchiera:  si  vince mandando al  tappeto l’avversario oppure dandogli  scacco  matto.

A questo punto la curiosità non è tanto verso i due scacchisti – pugilatori, quanto piuttosto al pubblico   che assiste agli incontri: sono più fan di Magnus Carlsen (attuale campione de l mondo di  scacchi) oppure di Rocky Marciano (il pugilato non mi  piace ed è l’unico  nome che mi è venuto in mente)?

La (lo, il? ) Chessboxing è nata nel 2000 per ispirazione di un artista olandese che, a sua volta,  si  era ispirato al mondo  dei  fumetti.

Penso  che tale ispirazione, oltre che ai  fumetti,  gli  sia arrivata anche  per l’erba di ottima qualità che allora si  era fumato.

Se siete interessati  alla Chessboxing  presso  la Fisp (Federazione italiana schacchipugilato) potete trovare tutte le informazioni  a riguardo.

Plogging 

Arriva dalla Scandinavia e la parola che la definisce è una crasi  tra pick-up e running.

In pratica, durante un allenamento alla corsa, si  raccoglie la spazzatura (con i  guanti)  che si  trova per strada, dalle lattine alle cartacce di ogni  genere, per metterle in uno  zaino  e portarle ad un centro  di raccolta.

C’è chi  dice che dopo un’ora di plogging si può arrivare a raccogliere più di un chilo  di  spazzatura, la cosa è encomiabile ma lo  sarebbe ancora di più se il senso  civico di alcune persone fosse tale da far comprendere l’utilizzo  dei bidoni  o  cestini  della spazzatura.

Il plogging esiste in Italia dal 2014 con eventi  nati sia come sensibilizzazione verso  l’attività fisica ma, soprattutto, verso  la cura del nostro  ambiente.

Per questo motivo, dal 12 al 19 aprile prossimo, si è organizzato il Keep Clean and Ride :   un percorso  di ben 969 chilometri (utilizzando  anche la bicicletta al posto  delle gambe) che, partendo  da Bari, arriverà fino a Chioggia: non è ovviamente necessario  percorrere tutti  e 969 chilometri, ma si può partecipare alle tappe intermedie.

Tutte le informazioni nel link precedente (secondo  voi  perché l’ho messo?).

Alla prossima! Ciao, ciao……………..


I miei  cinguettii   

La noce (che altro scrivere nel titolo?)

Figura di noce
Caterina Andemme ©

 

Secondo  l’antica Teoria delle Segnature una pianta che abbia una certa rassomiglianza con un organo  del nostro  corpo, non può che essere un vettore di  benefici per l’organo  rappresentato.

La noce, ad esempio, assomiglia ad un piccolo  cervello  in miniatura: il guscio rappresenta il  cranio i gherigli  gli  emisferi  destro e sinistro del  cervello.

In alcuni  individui la rassomiglianza si  ferma al  solo  guscio  vuoto oppure, tanto per essere meno  cattive,  la loro  materia grigia può benissimo  essere rappresentata dal vermiciattolo che troviamo  nelle noci  marce.

Cattiveria a parte, le noci sono  effettivamente un toccasana per il nostro cervello essendo ricche di acidi  grassi Omega – 3  ,indispensabili  per lo  sviluppo  del  sistema nervoso, e di  vitamina E  che, nella sua forma gamma – tocoferolo, è in grado  di proteggere i  neuroni  dall’invecchiamento.  

A questo  si aggiunge che le noci  sono  ricche di precursori  per lo  sviluppo dei neurotrasmettitori importanti  per le funzioni  cerebrali e della melatonina fondamentale per mantenere efficiente il ritmo   circadiano  e di  conseguenza   sincronizzare il sistema neuro – endocrino  e quello immunitario.

Prima di  scrivere la ricetta dei  Garganelli con salsa di noci   vorrei ricordarvi che:

La festa di  Pasqua non deve essere quella che vogliamo  fare all’agnello

Garganelli con salsa di noci 

Ingredienti  per quattro persone 

  • 250 g di pasta all’uovo  fresca formato  garganelli
  • 20 gherigli di noce
  • 1 cucchiaio di pinoli
  • 1 cucchiaio  di  maggiorana fresca
  • La mollica di un  panino raffermo
  • 1 tazzina di  latte
  • Noce moscata
  • 100 g di fagiolini  verdi
  • 100 g di  zucca già mondata
  • 1 patata
  • Olio  extravergine di oliva
  • Sale e pepe q.b.

Preparazione 

Facciamo ammorbidire la mollica di pane con latte tiepido ed insaporiamo con  una grattata di noce moscata.

Frulliamo con un cucchiaio  di olio le noci, i pinoli, la maggiorana ed una presa di  sale.

Cuociamo  i fagiolini  in una pentola di  acqua bollente salata e,  dopo  cinque minuti di  cottura, vi uniamo la patata sbucciata a dadini e, dopo  altri  cinque minuti, la zucca a dadini.

Cuociamo  ancora per cinque minuti, quindi uniamo  la pasta e portiamo a cottura: scoliamo insieme alle verdure e condiamo  con la salsa di noci.

bon appétit

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


playlist

Avrei voluto inserire Le donne di ora un inedito di  Giorgio Gaber mai  pubblicato e riscoperto  recentemente da Ivano  Fossati.

Per il momento il brano non è ancora disponibile, o per lo meno non sono riuscita a trovarlo allora, dal  vasto  repertorio  di  Giorgio Gaber, ho  scelto  questa Secondo  me una donna: non è una vera e propria canzone ma un monologo ironico  ed intelligente come solo lui  sapeva fare.

 

Amplessi al silicone

Studio su figura femminile
Caterina Andemme ©

 

La lettura del  seguente articolo è consigliato ad un pubblico adulto per il suo contenuto lievemente a luci  rosse.

Se c’è una cosa che mi turba è vedere una giovane donna prostituirsi  ai  bordi  di un marciapiede, di notte (in alcuni  luoghi  anche alla luce del  sole), con indosso il  vestiario minimo, che sia inverno  o  estate, per mostrare il suo  corpo  ridotto  a mercanzia.

Ed è qui che, decidendo  di  scrivere quest’articolo, mi  viene un dubbio: è giustificabile l’utilizzo di  una sex doll  da parte di un uomo per dare sfogo al suo  desiderio  di  fare sesso e, in questa maniera, ipotizzare di salvare le donne dal  marciapiede?

La mia risposta è univoca: in entrambi  i  casi provo una profonda tristezza diversificandola, però, in  quella  riferita alle donne costrette a prostituirsi, da quella di uomini che, in ogni caso, considerano  la donna come oggetto.

La prostituzione è una faccenda molto  antica, ma ho  scoperto  che anche utilizzare un surrogato  come una bambola sessuale non è roba recente. Infatti già dal XVII secolo  andavano  diffondendosi tra i  marinai  le dames de voyage realizzate in stoffa e con fattezze, ovviamente,  femminili.

Oggi le sex doll,   certamente più sofisticate delle loro  antenate, sono un prodotto commerciale, se pur di nicchia considerando il loro  prezzo che va da quello  di una piccola utilitaria salendo  fino  alla somma per acquistare un  SUV.

Che possono fare per il loro proprietario, oltre che a fare (crudamente)  sesso?

Matt McCullen, fondatore di Realdoll  (un po’ la Maserati nell’ambito dei  fabbricanti  delle  sex doll), nell’intervista sull’ultimo  numero de Il Venerdì  afferma che fare sesso con le sue bambole è solo il dieci  per cento dell’utilizzo  che se ne può fare.

Al pari  del  giornalista che ha fatto l’intervista, mi resta  difficile immaginare in cosa consista il restante novanta per  cento  delle sue capacità.

Certo  che se il cliente ha qualche decina di migliaia di  euro  da spendere, può optare per il top  di  gamma: una lei (essa?!) perfettamente configurabile attraverso una semplice app sullo  smartphone che, in base a diversi  parametri, ne cambia le forme: una sera appagare  il desiderio per una donna (simulacro  di  donna) con seni abbondanti, un altra sera un po’ più in carne se non più muscolosa.

Magari,  se per una volta non si  ha voglia di  fare sesso, la si può programmare come una servizievole androide  che chiede con voce petulante, all’uomo che rincasa dopo  una giornata di  lavoro: Ciao caro  com’è andata oggi?

Per quanto  possa essere sofisticata  il più recente modello  della   sex dolls sono ancora dozzinali rispetto ai modelli immaginari dei film di  fantascienza:  come non ricordare la sensualissima Rachel di  Blade Runner (interpretata dall’attrice Sean Young), oppure i  sinth della fortunata serie televisiva inglese Humans   .

L’ultima nata tra i  replicanti  (androidi, sinth chiamateli  come volete) è  Alita: il regista Robert Rodriguez  (magnifico  il suo Sin City) continuando un progetto  di James Cameron  ha da poco  completato  le riprese di  Alita: Angelo  della battaglia (Rosa Salazar nel ruolo  principale) dove Alita, per l’appunto, è una cyborg tutta occhioni che tra mille vicissitudini cerca il perché della sua esistenza.

Il film uscirà nelle sale italiane la prossima estate.

Alla prossima! Ciao, ciao…. 

P.S. Ma credevate davvero  che questo  fosse un articolo  a luci  rosse? 


Trailer

 

Miaoooo: vi dico perchè il gatto preferisce la donna all’uomo

Filippo
Caterina Andemme ©

Il gatto non fa nulla, semplicemente è, come un re.

Sta seduto, accovacciato, sdraiato.

E’ persuaso, non attende niente e non dipende da nessuno, si basta.

il suo  tempo è perfetto, si  allarga e si  stringe come la sua pupilla, concentrico  e centripeto, senza precipitare in alcun affannoso stillicidio.

la sua posizione orizzontale ha una dignità metafisica generalmente disimparata.

ci  si  sdraia per riposare, dormire,  fare l’amore, sempre per fare qualcosa e rialzarsi  subito  dopo  averla fatta; il gatto  sta per stare, come ci  si  stende davanti  al mare solo per essere lì, distesi  ed abbandonati.

E’ un dio  dell’ora, indifferente, irraggiungibile.

Da Microcosmi  di  Claudio  Magris

Non ho più paura dei  cani, in special modo  di  quelli  che, scodinzolanti (sbavacchiosi e mordicchiosi),  mi  vengono incontro  come cuccioloni, magari un certo  timore lo provo  quando  l’energia cinetica di  tale affettuosità è il risultato  di  cinquanta chili  di  cane sommata all’irruenza.

Ma i gatti…..  

La storia del  gatto  dice che sia stato  addomesticato  nel lontano  Antico  Egitto (qualcun’altro  dice in Cina), più che altro al  servizio dell’uomo in veste di  killer per far fuori  i topi nei luoghi  dove venivano stipate le derrate alimentari.

Eppure, la parola addomesticazione, non è adatta all’indole del felino che, al  contrario, ha imparato  ad addomesticare noi bipedi .

Chi  di voi non è caduta prigioniera di  quello  strusciarsi sulle vostre gambe, oppure del loro sommesso far le fusa quando  si  accoccolano sul nostro  corpo.

Certo  che non è come il cane: quando  decide di  starsene per i  fatti  suoi il gatto sa imporre la sua intimità, la sua solitudine e guai  a disturbarlo perché, scontroso, va subito  a cercare un rifugio  per non essere disturbato.

Tanto noi, ormai, siamo  addomesticate.

Ed è qui  il punto: perché i  gatti ( e le gatte) preferiscono la compagnia femminile anziché quella maschile?

Tempo  fa una ricerca del Dipartimento  della Biologia Comportamentale dell’Università di  Vienna, era arrivata a queste conclusioni per giustificare la preferenza che ci  viene concessa da sua maestà:

  • Il tono  della nostra voce è più morbido 

Tende solo  all’acuto  quando un topo  entra in casa: in tal  caso  ci  affidiamo  all’istinto predatorio del micio (sempre che ne abbia voglia di  dare la caccia al  topo).

  • Abbiamo quel  tocco femminile nell’accarezzarlo 

Beh si, forse il tocco di un boscaiolo norvegese non è la stessa cosa.

  • Siamo  fornite dell’istinto  materno 

Per  i ricercatori  l’istinto naturale che si  ha come cura e dedizione verso  i  bambini è lo stesso che si  assume accudendo un gatto (almeno in questo  caso non si  dovrà fare il cambio  dei pannolini).

  • Le donne e i  gatti  hanno una personalità simile 

Miaooooo

Alla prossima! Ciao, ciao…………..

 


playlist

Per caso  la vostra gatta si  chiama Roxanne? 

 

Il lungo viaggio in UN PAESE BEN COLTIVATO

Ombre e graffiti
Caterina Andemme ©

 

In ordine sparso dovrei  citare in giudizio  questi  autori: Paolo Rumiz, Raffaele Nigro, Claudio  Magris, Enrico  Brizzi e tanti  altri narratori  di  storie e di  viaggi.

La loro  colpa?

Quella di aver trasformato  la lettura dei loro  libri in una mia dipendenza, in uno  scatenarsi di  sano  desiderio di  viaggiare, di  conoscere luoghi  e genti, in pratica (anche) di  sognare.

A questa lista aggiungo  volentieri un altro nome: Giorgio Boatti .

Di lui avevo  già letto Viaggio  per monasteri  d’Italia: bello ma, per certi  versi, un po’ malinconico, forse per via di  quella pace molto austera descritta nel  suo viaggiare tra questi eremi.

E’ con Un paese ben coltivato che Giorgio  Boatti conquista una pole -position nella lista dei miei  autori  preferiti ( dir la verità molto  affollata).

Libri in vetrina

Un lungo viaggio, al passo con le stagioni: dal fondo della Calabria al triangolo del riso tra Po, Ticino e Sesia, dal distretto della fragola di Policoro alle serre di Albenga. E poi i frutti di bosco che dalle Alpi scendono alle metropoli, la sfida di un profeta con l’aratro nel cuore dell’Appennino, l’avventura del radicchio di Chioggia, il mais ottofile di Roccacontrada e le ciliegie pugliesi, rossi gioielli nel bouquet di un’agricoltura che in vent’anni ha cambiato volto. Dulcis in fundo l’uva da tavola che dialoga con gli internauti e un’irresistibile pomodorina partita da Melfi per conquistare Londra. Con lo sguardo spiazzante di chi, digiuno di ogni sapere specialistico, è curioso di tutto, Giorgio Boatti racconta storie di persone che hanno scelto di ridare vita a cascine e masserie, di mettersi insieme per creare aziende radicate nella tradizione ma capaci di sfide innovative. Un affresco controcorrente in un paese dove, per abitudine, bisogna dire che tutto va male. Un percorso interiore in cui il disegno del paesaggio e della vita si confondono. Rivelano un’Italia con i piedi ben piantati per terra dove è all’opera un futuro che riguarda ognuno di noi.

So  di  essere molto  parca nel  fare una recensione di un libro, non è però il mio mestiere ma, soprattutto, quando leggo uno scritto  che mi  appassiona dentro  di  me si  scatenano  delle sensazioni  difficili da descrivere con delle parole.

Posso  solo  citare alcuni passi del  libro come indizio  dello  scatenarsi  di  queste sensazioni: è ovvio  che sono del  tutto personali, quindi  ciò che mi  fa vibrare può lasciare totalmente indifferente qualcun’altra(o).

Ad esempio, parlando di una coppia vista in un ristorante:

A volte sono  coppie sole e,  anche se il loro  tavolo è accanto a decine e decine di  altri  tavoli quanto  mai  affollati, basta osservarli un attimo per capire che è come se fossero  da soli su un atollo  del  Pacifico. Si intendono  con uno  sguardo, l’espressione del  volto, un gesto  della mano. Alcuni sono  così in totale e permanente sintonia che non dicono  parola.

A fine articolo l’anteprima del  libro.

Buona Lettura!

Alla prossima! Ciao, ciao……………..

 

 


I miei cinguettii 

 

Questo è un post del cavolo

Brassica oleracea
Caterina Andemme ©

Ormai  è risaputo che i  bambini  non nascono  sotto  i  cavoli e che le cicogne si  rifiutano di  fare da corrieri per consegnare i bebè alle mamme (e i papà).

Come del  resto, avanzando il turpiloquio  nella parlata comune , la parola cavolo  ( nella frase ma che cavolo) è diventata desueta sostituita da quella che nella lingua italiana di  registro  colloquiale basso  indica, in senso  proprio, il pene. 

Ritengo, comunque, che quella parola di  registro  colloquiale basso  abbia una sua giustificazione come temporaneo  sfogo per eventi  accidentali non sempre dipendenti  dalla nostra volontà o  quasi.

Ad esempio:

Sto  attraversando  sulle strisce pedonali, quando il tizio alla guida della sua auto non solo non rispetta il mio  diritto a passare indenne dall’altra parte della strada, ma centra quella pozzanghera che mi inzaccherà  tutta quanta.

Appunto: ma che ******!

Allora considerando il titolo del post, cioè è un post del  cavolo, vi parlerò della:

Brassica oleracea (cioè il cavolo  in tutte le sue varianti)

 

Tabella dei valori nutrizionali del cavolo

L’origine del cavolfiore è incerta: taluni pensano che sia originario del Medio Oriente, anche perché il primo a parlarne fu l’agronomo Ibn-al-Awan, vissuto in Spagna nel XII secolo e autore di una monumentale opera composta da 31 volumi  sull’agronomia, il quale dava per certa l’origine in quei luoghi dell’ortaggio.

In seguito, con lo  sviluppo della navigazione, il problema dello  scorbuto   dovuto  alla carenza di  vitamina c venne risolto, oltre che all’utilizzo  degli  agrumi, anche con quello  del cavolfiore ricco  di  vitamina c  mangiato  crudo perché cuocendo  la vitamina si  degrada.

La cottura del  cavolfiore è una nota dolente per via dell’odore che si  sprigiona, dovuto  alle componenti  solforate del  vegetale.

 

 

 

La conclusione di  quest’articolo non può che essere altrimenti una ricetta del  cavolo:

 

Foglie di cavolo ripiene

Ingredienti per 6 persone 

  • 6 larghe foglie di cavolo  cappuccio
  • Olio extravergine q.b.

Per il ripieno

  • 2 cucchiaini di olio extravergine d’oliva
  • 4 cipollotti finemente tritati
  • 1 spicchio  d’aglio schiacciato
  • 2 cucchiai di concentrato  di pomodoro
  • 120 g di uva di  Corinto
  • 2 cucchiai di mandorle a scaglie
  • 1 cucchiaino di semi  di  cumino
  • ½ cucchiaino di cannella in polvere (facoltativo)
  • 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
  • 500 g di riso a grana lunga cotto in precedenza
  • 250 ml di  brodo  di pollo oppure vegetale

Salsa allo  yogurt

  • 500 g di yogurt bianco naturale
  • 1 cucchiaino di cumino in polvere
  • 1 cucchiaino di menta fresca tritata

Preparazione

Ungiamo con l’olio una pirofila dai bordi  alti.

Scottiamo in acqua bollente le foglie di cavolo per una decina di secondi affinché diventino  tenere.

Scoliamo ed eliminiamo la parte dura del gambo mettendolo  da parte.

Preriscaldiamo il forno a 190°

Per il ripieno riscaldiamo l’olio in una padella rosolandovi i cipollotti e l’aglio per una trentina di  secondi a fuoco  medio. Aggiungiamo il concentrato  di pomodoro, l’uva di  Corinto, le mandorle, i semi  di  cumino, la cannella (facoltativa), il prezzemolo  ed il riso.

Mescoliamo bene il tutto.

Leviamo dal fuoco e lasciamo intiepidire. Quindi mettiamo tre cucchiai di ripieno al centro di ogni foglia di cavolo ed arrotoliamola ripiegando i bordi  verso l’interno.

La salsina allo  yogurt va preparata solo  al momento  di  essere servita con gli involtini.

La preparazione è molto semplice: in una ciotola uniamo lo  yogurt con il cumino  e la menta e mescoliamo.

Serviamo gli involtini freddi oppure caldi accompagnandoli con la salsina guarnita con ciuffi di menta e coriandolo.

Bon appétit

 

Alla prossima! Ciao, ciao………………

 


In the corner

Di mestieri ce ne sono tanti, anche fare la pornostar può essere considerato al limite un mestiere.

Ma fare la vittima non è un mestiere, è subire una violenza e basta.

Questo  anche una persona come la Balzerani, che ha scelto il terrorismo  come mestiere, dovrebbe capirlo.

Forse è chiedere troppo.

Out of the corner

Prendi un pizzico di Ikigai per vivere felice (o quasi)

Ikigai
Caterina Andemme ©

 

C’è  qualcosa che accomuna il mio  lui a Bill Gates:  entrambi, dopo  cena, lavano i piatti.

A dire il vero non sono  mai  stata invitata a cena dai  coniugi  Gates,  quindi posso  dire di  dubitare fortemente che lo zio  Bill lasci le signore a conversare piacevolmente mentre lui  si diletta tra stoviglie e detersivo.

L’argomento  di  questo post, però,  non è l’attitudine dell’uomo verso  le faccende domestiche, quanto piuttosto la routine trasformata in consapevolezza per una vita ricca e felice, nonché duratura.

Chi  lava i piatti in casa Gates  è solo un aneddoto nell’articolo   che D – Donna, nel  suo ultimo numero in edicola, dedica  alla filosofia giapponese del  buon vivere per diventare felicemente centenari: l’Ikigai.

Lo spunto è dato  dal numero  di  centenari presenti nella  popolazione di   Okinawa, in   special  modo nel villaggio  di Ogimi,  e delle regole per arrivare a spegnere cento o  più candeline.

Quali  sono  queste regole che poi sono la base dell‘Ikigai?

Alcune regole sono  quelle che solitamente vengono  suggerite per avere una vita ottimale indipendentemente dal  raggiungere i cento  anni  di  età e cioè: mangiare cibi  sani, fare sport, dormire molto e, perché no, anche il buon sesso  aiuta.

Le altre regole  dello  stile di  vita degli abitanti  di  Okinawa (Okinawesi?), in aggiunta a quelle classiche, sono:

  • Essere resilienti, cioè mantenere un grado  di  stress lieve

Per cui  sorridete al fatto  che, essendo il vostro treno  in ritardo  di  mezz’ora, avete mezz’ora di più per leggere il vostro  romanzo preferito, per chiacchierare con le amiche, per darvi  lo  smalto  sulle unghie, lavorare a maglia, risolvere il cubo  di  Kubrik (non ci  sono  mai  riuscita), per pensare a  quanto  siete stressate aspettando un treno  che non arriva.

  • Evita il multitasking con la tecnica del pomodoro cioè metti un timer a forma di ortaggio e fai un solo  lavoro  per 25 minuti, riposa per cinque minuti  e poi  riprendi per altri  venticinque minuti  e così via.

A parte il  fatto  che mi sentirei un po’ scema con un timer a forma di pomodoro (o  di  altro  ortaggio) sulla scrivania che, ogni  tot di  tempo, mi dice quando  fermarmi  con un trillo (cosa che potrebbe al quanto innervosire  i colleghi), chi lo dice al  capo  che sto  seguendo i dettami  dell’Ikigai?

Licenziata!

  • Esci  e saluta la gente.

Proprio  tutti?

Anche il vicino  di  casa che, nonostante io lo saluti  sempre, per non ricambiare fa finta di  allacciarsi  le scarpe pur  calzando dei mocassini (o infradito  quando  è estate).

  • Non andare mai in pensione, dedicati  fino  alla morte ad un lavoro.

Per caso l’ex ministra Fornero era una seguace dell’Ikigai?

Alla prossima! Ciao, ciao………


PLAYLIST

Allo  swing  recentemente  24Cinque ha dedicato un post, più che altro si parla del  nazismo  e di un gruppo  di  ragazzi che, amanti  del  ballo, si  fecero chiamare Swing Kids in contrapposizione all’ideologia nazista e della Gioventù Hitleriana  (nel 1992 il regista Thomas Carter diresse il film Swing Kids incentrato  appunto  su quel periodo  storico  della Germania).

Per rimanere più leggeri rispetto  al  dramma raccontato  nel  film voglio proporvi il brano  sing sing sing  di  Benny Goodman  in questa  versione orchestrale

Buon ascolto  e buon ballo

 

Condom 3.0 per l’uomo ZeropuntoZero

Evoluzione e involuzione
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Avete un partner (fidanzato. marito, amante) che è sempre iperconnesso, con la tendenza ad essere un po’ narcisista e paranoico?

Vi auguro proprio  di no.

In caso  contrario, se volete sbalordirlo  con un regalo che vi costerà all’incirca una settantina di  euro, ecco  quella che potrebbe essere un’idea:

Quando mi  hanno  fatto  vedere l’oggetto nell’immagine, chiedendomi cosa fosse, avrei  dovuto  capire subito che mi  stavo  cacciando  in un trappola.

Li per lì ho subito  detto che fosse un bracciale da indossare con sensori che, comunicando  con lo smartphone, avrebbe tracciato  le performance agonistiche del proprietario: dal  battito  cardiaco al consumo  delle calorie – tra l’altro, a suo  tempo, avevo  scaricato un’app simile che dopo  due giorni  ho  disinstallato perché mi procurava una certa apprensione – ridacchiando i malevoli mi dissero che si, la funzione pressappoco era quella, ma che per indossare quello  che io  consideravo un braccialetto bisognava cercare un altro  luogo  specifico  dell’anatomia maschile.

i.Con, questo  è il nome del  gadget, è un preservativo intelligente (per quanto possa esserlo  un profilattico)  prodotto  dalla British  Condoms  (una specie di  Amazon dei preservativi).

La sua funzione, una volta posizionato, è quella di  raccogliere diversi  parametri quali: temperatura cutanea, il numero, la frequenza e la durata delle spinte durante il rapporto  sessuale, la forza della spinta e il rilevamento  delle posizioni utilizzate.

Tutti  questi  dati, attraverso un collegamento  Bluetooth, vengono immediatamente trasmessi  all’app  dedicata sullo  smartphone.

Come se tutto  questo non bastasse, l’azienda ci  assicura che possiamo condividere le nostre prestazioni  con gli  amici, o renderle note a tutto il mondo attraverso la formula dei  social.

A questo punto, mi pare, che il ruolo  della donna sia quello  di  essere paragonato  ad un attrezzo ginnico  quale può essere una semplice cyclette.

Niente paura: per noi  donne esiste la possibilità di  acquistare un set di palette con dei numeri  scritti  che vanno  dalla zero  fino  al dieci: quando  (e se) lui  vi  chiederà come si è comportato nel  fare l’amore possiamo alzare la paletta con il giusto  valore che gli  vogliamo attribuire.

Alla prossima! Ciao, ciao……………..


Libri IN Vetrina

Fresco di  quattro  premi Oscar, oltre ad altri riconoscimenti vinti  in altri  festival del  Cinema, La Forma dell’Acqua  (The shape of the water) è anche il  libro omonimo  scritto dal regista   Guillermo  del Toro e dallo scrittore,  anche regista,  Daniel  Kraus.

Baltimora, 1962. Al Centro di Ricerca Aerospaziale di Occam è stata appena consegnata la «risorsa» più delicata e preziosa che abbia mai ricevuto: un uomo anfibio, catturato in Amazzonia. Il suo arrivo segna anche l’inizio di un commovente rapporto tra la singolare creatura ed Elisa, una donna muta che lavora al centro come addetta alle pulizie e usa il linguaggio dei segni per comunicare.
Immaginazione, paura e romanticismo si mescolano in una storia d’amore avvincente, arricchita dalle illustrazioni di James Jean.

Di seguito un’anteprima del  libro  offerta da Il Libraio.

I love shopping: l’ho letto, mi è piaciuto ma non per questo mi sento una “pollastrella”.

Vetrine
Caterina Andemme ©

 

In the corner

Neanche a dirlo: nel post di  ieri vi  ho parlato dell’impresa di Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky che, nel 1895,  fece il giro  del mondo in bicicletta rispondendo  ad una sfida che l’avrebbe resa se non ricca per lo  meno  benestante.

Oggi un’altra donna, questa volta italiana, ha percorso  5.000 chilometri in bicicletta da Roma a Capo  Nord, non per un premio in palio ma per motivi umanitari e cioè per raccogliere dei  fondi per la costruzioni  di  pozzi in alcune zone dell’Africa.

Lei  si  chiama Antonella Gentile (cognome in perfetta sintonia con la sua propensione alla solidarietà) e parte della sua storia la trovate qui

Io posso  solo aggiungere: Brava Antonella! 

Out the corner 

 

Potendo  aumentare il mio  budget di  spesa mensile saprei  già a quali  voci fare riferimento: libri, viaggi, qualche regalino  per lui (qualche) e scarpe (Oh les chaussures! J’aime acheter des chaussures).

Per il momento  mi  devo  accontentare di vedere l’effetto Yo-yo del mio  conto in banca aspettando che la dea fortuna si  tolga  quella benedetta benda dagli occhi  dando una sbirciatina su di  me.

Non riuscirei, comunque, a raggiungere il parossismo del personaggio  creato da Sophie Kinsella (pseudonimo di Madeleine Wickham) nel  suo  libro, il primo  di una serie: I Love Shopping. 

Libri in vetrina 

Con I love shopping lei  è diventata una vera e propria star di  quel  genere letterario che, a partire dagli anni novanta ,   specialmente in Inghilterra e Stati  Uniti, venne identificato  con il termine di  Chick Lit   dove nello  slang americano   Chick è il termine informale in uso  tra uomini per indicare una pollastrella e lit l’abbreviazione di  literature: letterature per pollastrelle…..(?!)  

In questi  romanzi  l’umorismo  viene  definito come  post-femminista (il perché lo  chiedete a chi ne ha dato la definizione, molto probabilmente un misantropo) e le protagoniste, sempre dinamiche e vestite all’ultima moda, hanno un’età compresa tra i  venti ed i  quarant’anni:  Sharon Stone, con i suoi stupendi sessant’anni,  avrebbe molto  da insegnare a loro.

Caratteristica fondamentale della trama era sempre quella: rapporti  sentimentali  e problemi  della vita in salsa dolce (molta) amara (poca).

I love shopping (il titolo  originale era The Secret Dreamworld of a Shopaholic) fu  pubblicato in Italia per la prima volta nel 2000 dalla Mondadori.

Ho  letto il libro, mi  è piaciuto e ve lo  consiglio.

Dal libro ne è stato  tratto un film omonimo diretto  da P.J. Hogan: ho  visto il trailer su YouTube  e ciò mi  è bastato per considerare il film (e non il libro) molto  stupido e, quindi, da evitare (secondo il mio  gusto, ovviamente).

La trama 

Becky è una giornalista che dalle colonne di un prestigioso  giornale londinese consiglia risparmi  ed investimenti sicuri. E’ carina, piena di inventiva, determinata. ed ha un’irrefrenabile passione: lo  shopping.

Irrefrenabile al punto  di  diventare una sorte di  malattia, che la spinge a comprare abiti, accessori, cosmetici, ma anche dolci, biancheria e articoli per la casa…Per lei  comprare è <<come svegliarsi  al  mattino e rendersi  conto che è sabato. E’ come i momenti  migliori  del  sesso>>.

Esce di  casa per comprare un litro  di  latte, e torna con l’ennesimo  golfino, convinta che ne ha proprio  bisogno; le vetrine la incantano, la scritta SALDI la manda in fibrillazione.

Salvo poi aprire con terrore l’estratto  conto  della carta di  credito…………

A seguire un ‘anteprima del libro.

Alla prossima! Ciao, ciao…………… 

 

La storia di Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky che, in bici, girò il mondo

 

Ovviamente io non sono Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky.                                                                                            Credit: Archivio 24Cinque P&B

Piove, senti  come piove

Madonna come piove, senti  come viene giù.

Piove, senti  come piove

Madonna come piove, senti  come viene giù…

Ieri mattina   il refrain della canzone di  Jovanotti continuava a ripetersi  nella mia testa mentre accettavo, malvolentieri, di mettermi in posa sotto  la pioggia battente.

Ma noi, dive di Instagram e blog annessi, non ci  fermiamo  di  fronte a nulla pur di  vedere una nostra immagine pubblicata sui  media, e solo  fra qualche decina d’anni, rivedendoci in queste foto, potremo  dire: Ma ero proprio  così scema?

Naturalmente, come io NON sono una diva di  Instagram (comunque se volete vedere il mio  profilo…), le vere numero uno dei social media, tutte giovanissime,  sono intelligenti, carine, simpatiche  che sanno parlare al loro  pubblico carino, simpatico, intelligente.

Di  cosa parlano? Ma ovviamente di  cose carine, simpatiche, forse intelligenti.

Non so  se Annie Cohen Kopchovsky  fosse simpaticacerto  carina ed intelligente lo era, ma anche molto  determinata:

La storia 

Nel 1894 un ricco  signore di  Boston – il cui nome non è tramandato  nella storia ed io  sono troppo  pigra per fare una ricerca in rete – mise in palio  una somma di 20.000 dollari per una sfida: 20.000 dollari allora era una somma molto  considerevole, oggi  sarebbe solo leggermente meno  considerevole, ma pur sempre fonte di piaceri  terreni.

La sfida consisteva nel  fare il giro  del mondo in quindici  mesi, un tempo molto più lungo  degli ottanta giorni  che    Jules Verne  fissò nel  suo libro  pubblicato  nel 1873, ma con delle regole precise: il giro  del mondo  doveva essere fatto in bicicletta e senza un soldo in tasca.

A dir la verità, già nel 1885 un uomo ( il cui  nome non è tramandato  nella storia ed io…blablabla) aveva portato  a termine l’impresa, ma la novità era che questa volta fosse una donna a farlo.

Annie (Londonderry) Cohen Kopchovsky

Qui  entra in scena Annie Cohen Kopchovsky la quale, pur avendo iniziato  a pedalare da poco, non ci pensò due volte a lasciare a casa marito  e tre figli (e questo  la dice lunga sulla sua determinazione) per avventurarsi  nell’impresa.

La nostra Annie aveva anche uno spiccato  senso  per gli  affari: prima di  partire contattò la Londonderry Lithia Spring Water Company facendosi  dare 100 dollari  come compenso  per un cartello pubblicitario della società da attaccare alla bicicletta. Accettò, inoltre, di  prendere il nome di Annie Londonderry che, del  resto, suonava meglio  di Annie Kopchovsky.

Partì da Boston nel mese di  giugno del 1894 arrivando  a Chicago  a settembre.

A novembre arrivò a New York per imbarcarsi  alla volta della Francia (no, non pedalò sul ponte della nave durante la traversata), guadagnando  altro  denaro avendo trovato degli  sponsor anche tra le case di moda che le fornivano  gli  abiti e la fabbrica della bicicletta.

Arrivata in Francia, precisamente a Marsiglia, s’imbarcò verso  l’Asia orientale con delle brevi  soste in Egitto,  Sri  Lanka e Singapore.

Quindi  fu  la volta della Cina e del  Giappone.

Il 23 marzo  del 1895 rientra a San Francisco e da lì, pedalando  per altri  sei  mesi arriverà a Chicago il 12 settembre 1895.

In questa maniera dimostrò che tutto  ciò che un uomo  può fare, anche una donna poteva riuscire a fare (forse anche meglio, aggiungo io).

Alla prossima! Ciao, ciao…………….


Playlist 

 

Quell’uomo  era una simpatica canaglia…..

Eravamo sconosciuti nella notte
ci scambiavamo sguardi
chiedendoci come avremmo potuto
scambiarci l’amore
prima che la notte finisse

Qualcosa nei tuoi occhi
era così invitante
qualcosa nel tuo sorriso
era così provocante
qualcosa nel mio cuore
mi diceva che dovevo averti..

Il testo  completo in italiano potete trovarlo in questa pagina